LIBRI DIVERSI (LIBRI DI VERSI)
di Gigi Bertoni
ED. MOBY DICK, FAENZA, 1992

 

TEATRI DI VERSI

gennaio-ottobre 1991
•La Piccola Casa dei Grilli
(storia di terrorismi)

Una donna arriva in una casa di campagna, vecchia residenza della sua famiglia. Sua sorella è recentemente morta. Ciò che la conduce qui è quindi la necessità di trovare un po' di serenità.
La sorella è morta in carcere. Faceva parte di un gruppo di terroristi di estrema sinistra che si sono macchiati di alcuni delitti contro il patrimonio (rapine ecc) e contro la persona (alcuni omicidi e rapimenti). Non è provata la partecipazione della "sorella" agli omicidi.
La morte è ufficialmente per suicidio. Ma le spiegazioni delle autorità sono poco convincenti.

Scena Prima - (Julchen arriva nella casa di campagna e ha i primi ricordi. Rumore di grilli in sottofondo. Vedendo un vetro rotto a una finestra viene subito assalita dai ricordi di quando lei e sua sorella erano bambine)
Entra, vieni (a un interlocutore immaginario: il pubblico) Ecco, arrivare in questa casa di sera, anche mamma arrivava sempre di sera, dopo un giorno di lavoro in città. Appoggiava la borsa, toglieva il cappotto, la giacca, e chiedeva alla nonna:
Son state buone oggi?
Abbastanza buone
Poi magari si accorgeva di qualche malestro
Chi ha rotto il vetro?
E' stato... con la palla
(ride) Ma appoggia la borsa, vieni, e mettiti a sedere, ci sarà tempo per aprire gli armadi, disfare i bagagli.
Ora voglio sentire di nuovo l'aria di casa, vent'anni dopo, sentire i grilli cantare. Sono già un po' felice. Guarda!, guarda il sole che scende dietro le colline. La palla gialla del sole. E già s'è nascosto, non lo vedo più, coricato dietro il bosco.
La giornata va a finirsi, e una novissima è già pronta ai cancelli per entrare in scena, incurante di ciò che vogliamo, di ciò che non vogliamo.
Noi, che siamo quella gente che s'immagina e si descrive, e si racconta... ma siamo soltanto un frattempo, degli intervalli, passeggeri nel mondo, ospiti negligenti soltanto - nella Storia che è Storia di castelli o di fiumi, immutevole e pigra come una passeggiata di chiocciole. Troppo silenziosa e lenta, per la nostra natura di uomini.
Scusa, ma è tanto che non tornavo più, e la nostalgia mi ha assalita all'improvviso, tutte le cose mi parlano, dopo tanto, tutte le cose mi fanno ricordare. Quella è la sedia di Marianne, e quello il suo posto. La camera poi, vieni dai, la camera nostra è di sopra, in cima alle scale. Lì dormivamo, e poco altro, a giocare si veniva di sotto, lì ci vestivamo, sì:
Marianne, sorellina, mi abbottoni la maglietta? Che succede di sotto? Mamma, mamma, che stai facendo? Ma adesso Marianne non c'è più, è andata via. Marianne e la mamma si urtavano spesso, colpa del carattere, in apparenza smebrava una persona mite, ma in realtà era esplosiva. La nonna invece la difendeva sempre, la cullava, diceva: tu mi somigli; sai, la nonna era molto cara e stava sempre con noi.
Verso la fine, le sue giornate erano piene di fantasmi, ma per noi erano solo storie bellissime, e ci raccontava, ci raccontava di un grande cavaliere con un cappello piumato, e un enorme cavallo bardato con sonagli grandi come campane. Una specie di film fantastico, dove il cavaliere è una morte che non fa orrore, solo, t'insegue, t'insidia... Ma che felicità, accorgersi che non t'ha preso...
Ecco, questo era il suo berretto, forse... ricordo bene quel suo continuo lavare i pavimenti, e lavava, lavava. Faceva, faceva così...

Scena Seconda - (La vecchia lava i pavimenti, ride, canticchia. E poi via via si affollano altri ricordi...)
Un sogno, un incubo. Le ho sentite, vi dico, sonavano,
sonavano sempre più forte campane dure, campane glaciali. Le sentite? dicevo, le sentite voi?
Per chi è venuta? Per me, dicevo, per me?
Che paura ho avuto, che paura. Sempre più forte, sempre più forte le sentivo, si avvicinavano, si avvicinavano, che paura che avevo, signore, (ride) signore aiutatemi, per una volta non fa l'abitudine, dicevo (ride) voglio vivere, voglio vivere signore, e si avvicinava il cavaliere con l'elmo di rame.
Per chi è venuto, per chi, per me? Non per me (ride)

Scena Terza - (Davanti al ritratto di una Madonna, col vestito da sposa)
Guarda cos'ho trovato. Mi va ancora. Hans mi prendeva in giro, che sciocchezza diceva, ma avevamo preparato tutto io e Marianne. E' stato splendido entrare così nella chiesa, tra gli sguardi stupefatti.
Io e lei, quanti scherzi abbiamo fatto. Io e lei, era come parlare allo specchio. Quanti giochi: e come tutti i bambini, volevamo essere adulte, giocavamo alle signore, a mimare i gesti e i discorsi dei "grandi"...
(non "fa la bambina", ironizza sui discorsi degli adulti...) Cara amica, questo bambino è veramente insopportabile, incontenibile, incontentabile. E la colpa è della nonna, sì, perché quando c'era la nonna, la sua nonna l'accontentava sempre, quando c'era la mamma della sua mamma...
Mamma mia, quante donne hanno vissuto in questa casa. Gli uomini no, loro lavoravano fuori, nei campi, in città. Questa era la prigione delle donne. Donne che raccontano di donne: mi sembra di ricordare la mamma che cercava di spiegare a me bambina la complessità dei rapporti di parentela, e che sì, come me anche lei aveva una mamma, e tutti ce l'avevano: la mia mamma è la tua nonna, figlia mia, e anche la zia ha una nonna che a sua volta ha una mamma e una figlia, appunto. E anche tu, se vuoi potrai avere una figlia, certo, e comunque hai già madre e nonna, appunto. Donne, un castello di carta di donne...
Ma la nonna, allora, dov'era la mamma della nonna? Forse è così che ho sentito parlare della morte, non credi che sia possibile? Una morte che allora, altro non è che una fine parziale, e in prospettiva la nascita di qualcos'altro. Una figlia, così come del resto, qualche volta una fine altro non è che un nuovo inizio, un nuovo lavoro o una nuova età della vita. E un figlio è qualcosa che porta il tuo nome, e qualcuno dei tuoi gesti, o pensieri. Quante volte ho domandato: madre, diventerò come te?
(è la figlia alla madre, o la madre alla propria madre?...)

Scena Quarta - (Dall'allegria del gioco, il ricordo della sorella porta alla tristezza: ti ricordi, le visite in prigione, come le raccontavi a tua madre? E la cella d'isolamento?)
Non sto cercando di evitare il problema, lo so, sono qui perché Marianne è morta. No, non: è morta. Si è uccisa. Come dicono loro.
No, non si è uccisa, lo so, non ci credo. E allora l'hanno uccisa, perché era ... e non possono mica confessarlo, e allora, ecco, lei stessa toglie il disturbo, e tante grazie Patria che mi hai difeso da lei...
Lei era in carcere, però, di massima sicurezza. Tu no, ma io l'ho vista, so com'era, com'era diventata.
Ecco, ascolta, ho scritto una poesia un giorno, qualche tempo fa, dopo una visita, ascolta, non è granché, però è molto chiara, ascolta:
Marianne è stata trasferita in una prigione tutta di cemento armato,
sì armato Marianne non ha più il ferro alle finestre, e quadretti si sole o di pioggia, ma pareti di vetro
Marianne l'ho veduta, non è troppo tempo, e le ho parlato attraverso l'alluminio dei citofoni, e non so che fiato avesse
Marianne le ho scritto, ho parlato col suo avvocato, le ho portato ciò che chiedeva, una matita per gli occhi, una cipria
Marianne le dicevo ogni volta per prima cosa: cosa posso fare per te Marianne Mamma...
Mamma, ogni tanto telefonavo a mamma: papà si chiudeva sempre più spesso in casa, e restava per ore seduto sulla sua poltrona, si dice così, mamma ogni tanto parlava, a bassa voce, una volta voleva pure venire con me. Mamma - tante cose le dicevo, altre gliele tacevo, ma nessuno ci crede ora, non ci crede la mamma, né papà Andò vicina a morire, ed è stato allora che ho capito quanto fosse attaccata alla vita: avevano iniziato uno scipero della fame contro le condizioni di isolamento, disumano, in cui erano tenuti.
Non mangiare mai, capito?, rinunciare a una delle esigenze fondamentali, modificarsi per sempre, diventare diversi, brutti, rinuciare alle forze, rendersi inermi e usare la pietà come una pietra. Ma con la profonda paura della morte, col terrore di dover persino morire come una candela di cera, vedersi giorno per giorno morire, volontariamente ammalarsi di un cancro invisibile, costringersi ancora, dopo essersi costretti nella condizione di clandestinità, costretti alla rinuncia del benessere, quello che ti circonda, quello che migliora la qualità della vita. E costretti a decidere della vita degli altri, costretti a tendere la corda fino alla prossimità del punto di rottura, costretti a farsi carico del peso immane delle ingiustizie del mondo, costretti a un teatro di guerra per parlare con gli uomini sordi, questi frattempo, mentre incalzano gli anni, mentre ogni minuto da qualche parte muore qualcuno di fame, o perché perseguitato, e torturato, imprigionato. E la tivù ti consiglia l'acquisto di un ottimo whisky per le sere d'inverno, e ti regala dieci milioni se gli telefoni, se gli sai dire quante volte il comico di stato ha vinto il premio della felicità...
E tu Marianne, hai gli occhi rossi - perché lo fate, da quanti giorni - hai perso almeno cinque chili. E lei, le prime volte, spezzava il suo silenzio come cristo il pane: Ma che cavolo stai dicendo. Ti sei messa dalla parte di springher adesso. Ma sai come cazzo vivo qui dentro. Ti vedo una volta al mese, parlo una volta al mese. Non sento mai nulla, assolutamente nulla. Hanno eliminato tutti i rumori. Non spengono mai la luce, i porci. L'isolamento acustico funziona perfettamente. Non filtra nulla, non so mai che ore sono, se è giorno o notte. Non posso dormire. Sai, i corpi, i corpi fanno un rumore assordante. Il mio respiro, che nasce nei polmoni e poi picchia qui, e qui. Qui il silenzio è
Da bambine il silenzio era pauroso, concretamente pauroso.
Qui non c'è nulla di concreto: solo il rischio di perdere sé stessi... Portami il violoncello perdio portami il violoncello...
A volte, coloro che sono abituati al silenzio, percepiscono dei rumori, dei suoni, dei canti, che provengono da un altro mondo, che fanno rabbrividire alcuni, e sognare altri.

Scena Quinta - (Julchen riflette sulla vita delle donne. Forse trasporta qualcosa di pesante, faticoso)
E' ciò che chiamiamo vita che ci modifica profondamente.
Sono i rapporti con gli altri, le frequenti ingiustizie, le incomprensioni, i ricorrenti malintesi.
Sui nostri corpi si accumula una carne fittizia che appesantisce il nostro procedere, che c'impiccia, che aggrava la fatica quotidiana di procurarci pane e companatico.
E che fatica è, la fatica di giustificare le ore di veglia, la responsabilità di vivere: che per le ore di sonno, bastano i sogni pesanti del dopocena.
Non bisogna parlare sempre di spese quotidiane, delle lettere degli altri, di piccole giustificazioni. Solo così, sottraendoci la nostra parte meno faticosa, il rischio risibile, rimarrà il tempo e l'esigenza di parlare di noi in rapporto con gli altri.
Non c'è mai tempo a sufficienza per le donne, figlia mia, come sarà la tua vità, come sarà quando non ci sarò più per vegliarti, per proteggerti? Figlia, diventerai come me? Felice?

Scena Sesta (Le figlie difendono le madri)
Così - come lupa e lupacchiotti - le madri vogliono proteggere le figlie. Così magari non si accorgono che le bambine ormai sono adulte e diverse, hanno pensieri, fanno cose, dolci e terribili. Fanno l'amore meglio o peggio, litigano con le persone.
Così infine, le figlie vogliono proteggere le madri, tacendogli la parte più segreta della loro vita, ciascuna teme che l'altra non sopporti, non ce la faccia. Ciascuna infine difende se stessa dal confronto, dal terribile dialogo delle differenze emergenti, dalla separazione - per mezzo di una fittizia segregazione in sé.
Eravamo bambine, e mettevamo insieme le prime idee sul mondo, prese a prestito da quel libro o quel film, assunte come vere, difese, cambiate o sostituite da un nuovo amore per nuove idee. Come tutti. E stavamo ore a cercare di divertirci, con le storie delle nostre amicizie, con i giochi da ragazzine. Con le preoccupazioni e le curiosità: che succederà, come dovrò, chi mi dirà se sarà abbastanza?
C'è uno strano scioglilingua nel mio ricordo, e da ragazze ci divertiva...
"Dai del pane al cane pazzo, dai del pane al pazzo cane..."
Ma il gioco è bello se è segreto: smettemmo, quando fummo scoperte dalla nonna. Si arrabbiò, uhu, chissà che effetto le fece quella nostra innocente filastrocca. Robe da maschiacci, diceva, non da signorine come noi

Scena Settima - (La nonna monta la guardia contro la morte)
La nonna, intanto, montava la guardia contro la morte. E nei suoi deliri, come una vedetta si sporgeva nel futuro per vedere le cose succedere prima, per essere pronta: quando arriverà il Cavaliere sul suo Cavallo con bardature di campanacci, l'aspetterò alla porta... o fuggirò, con quanto fiato in corpo, mi nasconderò.
(battuta possibile: La notte, poi, la notte era peggio anche per lei didascalia: Ora è a letto, si sentono dei gemiti sotto le coperte. Poi si sentono dei colpi, si alza. Si accendono i lumini sul lampadario)
Dove siete eh?, dove siete nascosti, eh? Vecchi spiumacchiati, (suono di campane) Campane, campane di metallo, campane vivaci, campane nelle nuvole, campane in fondo agli acquitrini, campane nel mio cranio. Non suonano più (ride) non suonano più.
Ma le ho sentite io, davvero, e ciò che è vero per me, è vero anche per voi, perché, siamo uguali. Vado a vedere. Campane, le sentite, le sentite adesso le campane, Signore, Signore, campane, campane dure, le sentite, le sentite le campane, mi taglio le orecchie, e né bianche né rosa, né turchine né oro, no, vere campane notturne, campane glaciali. Sentite, si sta avvicinando, si avvicina.
Signore, signore, pregate pregate piuttosto, Signore ho paura della morte e del castigo, una volta tanto non fa l'abitudine. Voglio vivere, lasciami vivere, signore, signore (prega sottovoce)
Non si sentono più. Non suonano più, non si sentono più, non si sentono più (ride). Non mi ha voluta. E' andata via, non mi ha voluta.
Calmatevi, i vostri cuori antichi battono come campane, ma non sono più di ferro.
Signori, signori, la mia gola è di bronzo: io suonerò con la mia gola in vostro onore.
Vado a dormire.
Mai più, mai più vi rivelerò quel che vedo al di là del mondo.
A volte, coloro che sono abituati al silenzio, percepiscono dei rumori, dei suoni, dei canti, che provengono da un altro mondo, che fanno rabbrividire alcuni, e sognare altri.
La morte allora, altro non è che la propria morte, l'unica che possiamo vedere e sentire. E l'attesa è spossante, è un delirio della febbre, coi fantasmi che si accalcano, che si chiamano per nome.

Scena Ottava - (Le mele nel vestito di Julchen)
La nonna montava la guardia alla morte, e si passava il tempo facendo quadretti di lana all'uncinetto, che cuciva assieme e diventavano coperte. E ragionava di cose strane, con la testa e le parole. Cosa possiamo sapere noi di quel che si ha in mente a ottant'anni?
Cerco di immaginare come si possa vivere sulla soglia, con le leggere valigie in mano, io che non sopporto i tragitti, gli spostamenti, e non sto in pace se non quando sono arrivata... cerco di scoprire come possa essere la gioia intrisa di tristezza, ma così m'intrido io, e rallento il mio vivere (ora perde una ad una le mele)
Vivere, e poi, - quante volte mi son detta - vorrei vivere sempre con l'estrema tranquillità di chi ha la coscienza precisa che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. E quindi è sempre disponibile a perdonare anche i peggiori tra i racconti degli altri, le storie di menzogne raccattate come abiti giustificazioni, le scaltrezze che subisci, le mortificazioni, gli involontari sgarbi.
Quante cose tutte insieme fanno una vita. E una vita ci appare breve (ora mette due mele sotto i piedi)
al tramonto, perché la memoria è avara. Se potessi portarmi sempre appresso tutto quanto ho fatto

Scena Nona - (La donna alla finestra: l'invettiva)
(Trasferisce le mele in un'altra cassa, e qui trova un antico elmo, che indossa, e un pupazzo grande come un uomo - grande come la sorella, che come la sorella mette impiccato, come in Halewyn - ride)
(Entra la nonna che racconta la favola di Sire Halewyn e appende l'abito da sposa)
Ti racconto la favola di Sire Halewyn, un principe che opprimeva il regno vicino, ed esigeva - per la sua indulgenza - una fanciulla ogni anno.
Quando la neve cadeva, quando il corno da caccia suonava, il vassallo cantava la sua dolce canzone.
Anno dopo anno, e poi una e poi l'altra, portava con sé le fanciulle come un magico liutaio, senza dirlo, solo col canto - come le sirene di Ulisse -. (canta)
E giunto alla soglia del bosco, nei pressi di un albero nero dai rami slanciati come la braccia di una croce, le donne ammaliate prendeva, uccideva, e appendeva il corpo caldo tra gli altri gelati, come fossero lugubri addobbi di feste (canta) Sire Halewyn, quando la neve cadeva, e cantava, cantava, e il canto gli gonfiava la gola.
Gonfiava le gote e la luna rossa ascoltava tra i brandelli di cielo: quest'anno non ci sono altre donne che la figlia del re, e sarà il suo corpo a dondolare dal ramo?
Marianne intanto non sapeva nulla di quel che accadeva al mondo. Ritornavano intanto ogni sera alle loro case gli uomini -industriali e governanti - e spedivano al mondo le foto coi loro nipotini, nel sole del riposo, da nessun nemico attorniati E quando ribelli di qualcosa o fedeli di qualcuno rovesciavano le gerarchie, presto le ricomponevano con a capo gli stessi valori e le stesse cerimonie.
Il popolo può fare la Storia, spostare le montagne. Il popolo allora si lega alla roccia, tira, ma non la trascina. Piuttosto, ogni tanto, quasi inavvertitamente, briciole di roccia si staccano dalla cima -ove alberga il vertice - e al popolo addosso
rovinano. Per non morire come topi basta salire il pendio, senza volerlo spostare.
Marianne non ha voluto salire. Ed era quindi topo, e scomodo topo; e un giorno qualcuno avrebbe potuto parlarle umanamente
Ti ricordi, quando mi abbottonavi la maglietta? E a te, che importa della mia storia? Il filo che avrebbe dovuto impiccarla era grosso come questo filo...
(il pupazzo rompe il filo, che non sopporta il peso, e cade a terra; lei gli si getta sopra, come per soccorrerlo)
(la donna seduta con l'elmo sulle ginocchia: l'invettiva)
Che razza d'uomini siete! non sapete che il tempo si ferma qui, dove i giorni sono tutte vuote domeniche, sfaccendate e malinconiche come i pomeriggi d'inverno delle domestiche.
Non ci sono orologi perché è inutile contare un tempo irrilevante - quando si entra è "l'inizio", quando si esce è "la fine". Sono io che dò il ritmo, io che decido pranzo e cena, io che spengo la luce e dò tempo e parola.

 

Il mare del tempo perduto
di Gigi Bertoni
da Gabriel Garcia Marquez

(Prologo)

Quel mare, verso la fine di gennaio, si faceva aspro, cominciava a rovesciare sul paese un pattume spesso,e poche settimane dopo ogni cosa era contagiata dal suo umore insopportabile.

Da allora il mondo non valeva la pena,almeno fino al prossimo dicembre, e nessuno rimaneva sveglio dopo le otto.

Ma l'anno del signor Herbert il mare non si alterò, nemmeno in febbraio. Al contrario, si fece sempre più liscio e fosforescente, e nelle prime notti di marzo esalò una fragranza di rose.

Tobias, il ragazzo, la sentì. Durante le sue lunghe insonnie aveva imparato a distinguere ogni piccolo cambiamento dell'aria, di modo che quando sentì fragranza di rose, non dovette nemmeno aprire la porta per sapere che era un odore del mare.

"Questa notte, Clotilde, è successo qualcosa di molto strano. Ho sentito un odore di rose, e sono sicuro che veniva dal mare" "Non so che odore hanno le rose"

Le scarse donne che erano rimaste, si cocevano nel rancore. Anche la moglie del vecchio Jacob.

"La mia ultima volontà - disse al marito - è che mi seppelliscano viva. Voglio esser certa di finire nella terra, come la gente per bene"

Proseguì la donna: "E l'unica maniera di saperlo è andarmene altrove a chiedere la carità di seppellirmi viva...

" Il vecchio Jacob le disse con molta calma che non aveva bisogno di chiederla, quella carità, a nessuno, perché gliel' avrebbe portata lui stesso sottoterra.

"Allora andiamo - disse la donna - perché morirò molto presto. Questa notte - sospirò la donna - ho sentito un odore di rose"

Il vecchio Jacob la tranquillizzò, dicendole di non preoccuparsi, perché quelle erano cose che accadevano solo a loro poveri.

"Niente affatto - disse la donna - ho sempre chiesto nelle mie preghiere che mi fosse annunciata la morte col dovuto anticipo per andare a morire lontano da questo mare. E un odore di rose, in questo paese, non può che essere un avviso di Dio"

Intanto Tobias, il ragazzo, sorvegliava il mare. Appendeva l'amaca nell'andito del cortile e passava la notte ad aspettare, sbalordito delle cose che succedono nel mondo mentre la gente dorme.

Per molte notti udì lo sgraffiare disperato dei granchi che cercavano di salire sui pali di sostegno, finché passarono così tante notti che si stancarono d'insistere.

Sulle prime Tobias sorvegliò il mare come lo fa chi lo conosce bene, con lo sguardo fisso su un solo punto all'orizzonte. Lo vide cambiare colore. Lo vide spegnersi e farsi spumoso e sporco, e lanciare i suoi rutti carichi di rifiuti quando le grandi piogge gli sconvolsero la digestione tormentosa.

Ma a poco a poco imparò a sorvegliarlo come lo fa chi lo conosce meglio, senza guardarlo ma senza poterlo dimenticare neppure nel sonno.

Una notte, mentre sonnecchiava nell'amaca, si accorse che di nuovo qualcosa cambiava nell'aria. Fu da principio una raffica intermittente, come al tempo in cui la nave giapponese rovesciò all'entrata del porto un carico di cipolle marce. Poi l'odore si consolidò e non cambiò più fino all'alba.

E fu solo quando ebbe l'impressione che poteva afferrarlo con le mani per mostrarlo, che Tobias saltò giù dall'amaca ed entrò nella stanza di Clotilde, la moglie, e la scosse parecchie volte.

"Eccolo" Tobias spiccò un salto fino alla porta, uscì in mezzo alla strada e cominciò a gridare.

Molti non lo sentirono, ma altri, e specialmente i vecchi, scesero a goderselo sulla spiaggia. All'alba l'odore era così puro che faceva pena respirare.

"Senti la musica?" "Viene da Catarino. Deve essere arrivato qualcuno" E la musica finì solo verso le undici.

Molti si coricarono, credendo di aver vissuto per un giorno nei panni di altri, in un altro paese, credendo che in un lontano risveglio avrebbero dimenticato tutto, e infine credendo che stesse per piovere -nel loro sogno-, perché c'era una nube scura sul mare. Ma la nube scese, galleggiò un po' sulla superficie, e poi affondò nell'acqua. In alto rimasero solo le stelle. Poco dopo, la brezza del paese andò fino in mezzo al mare e portò di ritorno una fragranza di rose.

"Gliel'avevo detto, Jacob, eccolo qui di nuovo. Sono sicuro che ora lo sentiremo tutte le notti"
"Dio non voglia, Tobias, quest'odore è l'unica cosa nella vita che mi è arrivata troppo tardi"

Da quella notte, e per parecchie settimane, l'odore rimase sul mare. Impregnò i legni delle case, i cibi e l'acqua da bere, e non ci fu più dove stare senza sentirlo. Molti si sbigottirono di trovarlo nel vapore della loro stessa cacca. Gli uomini e le donne che arrivarono nella bottega di Catarino se ne andarono un venerdì, ma tornarono il sabato con un tumulto.

La domenica ne arrivarono altri. Formicolarono da ogni parte, cercando cosa mangiare e dove dormire, finché non si riuscì più a camminare per la strada.

Ma arrivarono altri ancora. Le donne che se ne erano andate quand'era morto il paese, tornarono nella bottega di Catarino. Erano più grasse e più pitturate, e portarono dischi alla moda che non rammentavano nulla a nessuno.

Tornarono gli antichi abitanti del paese, che erano andati a farsi ricchi sfondati in altri luoghi, e facevano ritorno parlando della loro fortuna, con addosso gli stessi abiti che avevano un giorno.

Arrivarono musiche e tombole, tavole di lotteria, indovine e pistoleri e uomini con un serpente attorciliato attorno al collo che vendevano l'elisir della vita eterna. Continuarono ad arrivare per parecchie settimane, anche dopo che caddero le prime piogge, e il mare si fece di nuovo torbido e sparì l'odore.

Tra gli ultimi venne un prete.
"Sodoma e Gomorra, Sodoma e Gomorra, basta!, tornate in voi. Smettetela coi giochi lussuriosi e i balli osceni. Basta dormire in spiaggia come bestie. Questa promisquità non vi si addice. Ci troviamo in un paese eletto. Rendete grazie al cielo, figli miei, perché questo è l'odore di Dio"

"Come può saperlo Padre, se non l'ha ancora sentito?" "Pussa via..."

Quella fu la sera in cui arrivò il signor Herbert. Comparve d'improvviso con un baule pieno di monete d'oro, lo mise in mezzo alla strada e lo aprì. "Sono l'uomo più ricco della terra. Ho tanti soldi che non so dove metterli. E date che inoltre ho un cuore così grande che non mi sta più dentro il petto, ho preso la decisione di girare il mondo per risolvere i problemi del genere umano"

La gente finì per credergli, e si avvicinò ad ascoltare.
"Bene, signore, non parli tanto e cominci a dar via i soldi" disse una ragazza

"Così no, dar via i soldi, senza né capo né coda, oltre ad essere un metodo ingiusto non avrebbe nessun senso. Invece questa amica impaziente ci permetterà ora di spiegare il sistema più equo di distribuzione per la ricchezza. Come ti chiami?"
"Patricia"

"Benissimo Patricia. Come tutti, anche tu hai da tempo un problema che non puoi risolvere. Qual è?"
"Bè, il mio problema è che non ho soldi"
"E di quanto hai bisogno?"
"Di 48 pesos"

"48 pesos! Benissimo, Patricia. E adesso dicci: cosa sai fare?" "Tante cose" "Decidi per una, quella che sai far meglio"

"Bene, so suonare la fisarmonica nelle posizioni più strane del mondo" "Allora, signore e signori, la nostra Patricia che suona straordinariamente bene la fisarmonica nelle posizioni più incredibili concesse da madre natura al corpo umano, suonerà 48 pezzi diversi e risolverà in questo modo il grande problema della sua vita"

Nel silenzio stupito della folla, Patricia suonò 48 pezzi in 48 posizioni diverse. Fece come l'istrice, la tartaruga, e persino come la chiocciola. A volte si aiutò coi capelli. Completò la cifra con altre posizioni che nessuno riuscì a decifrare. Per ultimo suonò un pezzo che sbalordì tutto il paese.

"Un bel applauso alla nostra Patricia (le dà i 48 pesos). Ed ora passate uno ad uno. Fino a domani a questa stessa ora, io sono qui per risolvere problemi"

Il vecchio Jacob venne informato del fermento dai commenti della gente che passava davanti alla sua casa. Ad ogni nuova notizia il cuore gli si andava facendo grande, sempre più grande, finché lo sentì scoppiare.

Il vecchio Jacob aveva infatti un problemino di poco conto: 20 pesos. E siccome giocava benissimo a dama, avvolse la scacchiera e la cassetta delle pedine in un giornale, e se ne andò a sfidare il signor Herbert.

Aspettò il suo turno fino a sera, propose il suo problema e il signor Herbert accettò. Le mani di Herbert toccavano appena le pedine. Giocò bendato, indovinando la posizione dell'avversario, e sempre vinse.

Quando il vecchio Jacob decise di arrendersi, il suo debito ammontava a 5742 pesos e 23 centavos. Fu così che il signor Herbert si prese la sua casa. Si prese, inoltre, le case e le proprietà di quelli che non erano riusciti a mantenere i patti, ma ordinò una settimana di musiche, fuochi d'artificio e funanboli, e lui stesso diresse la festa.

Fu una settimana memorabile. Il signor Herbert parlò del meraviglioso futuro del paese, e disegnò perfino la città del futuro, con immensi edifici di vetro e piste di ballo sulle altane. Le mostrò alla folla. Guardarono sbigottiti, cercando di ritrovarsi nei passanti a colori dipinti dal signor Herbert, ma erano così ben vestiti che non riuscirono a riconoscersi.

Infine il signor Herbert scosse la campanella e proclamò la fine della festa. Soltanto allora riposò.

Si rovesciò sul letto. Dormì giorni e giorni - secoli, forse... -, russando come un leone, e passarono tanti giorni che la gente si stufò di aspettarlo. Dovettero disseppelire granchi per mangiare. I nuovi dischi di Catarino si fecero così vecchi che ormai nessuno poteva ascoltarli senza lacrime, e bisognò chiudere la bottega.

Quando il Sig. Herbert si svegliò, il paese era lo stesso di prima. La pioggia aveva fatto fermentare il pattume che la folla aveva lasciato per le strade, e il terreno era di nuovo arido e duro come un mattone. Aveva dormito per secoli, e, morto di fame, non gli restò altro da fare che andare sulla spiaggia a disseppelire granchi.

Tobias, il ragazzo, lo trovò che raspava nella sabbia, con la bocca piena di schiuma, e si meravigliò che i ricchi affamati somigliassero tanto a quelli poveri. Il sig. Herbert non trovò granchi a sufficienza, e verso sera invitò Tobias a cercare qualcosa da mangiare in fondo al mare.

Andarono. Sulle prime, navigarono in linea retta, sulla superficie, con lunghe bracciate a scansare i relitti, le alghe, il cibo galleggiante dei gabbiani. Poi, giunti al largo, a un cenno si diressero verso il basso,a perpendicolo, e Tobias sentiva una grande facilità di discesa, come se fosse attiva - per gli uomini, e innocua per le creature del mare - una grande forza e sorprendente di gravità.

Mentre la discesa proseguiva, i polmoni dei sommozzatori avevano naturalmente ripreso la loro normale funzione, come se stessero camminando all'aria aperta...

A un certo punto, la luce del sole cessò, o si confuse con quella del mare, e le cose furono visibili per la loro stessa luce. Così s'avvidero del villaggio sommerso, con uomini e donne a cavallo, che al ritmo di una giostra giravano intorno al chiostro della musica.

danda-da, danda-da, ...

Era una giornata splendida, e c'erano rose dai colori vivaci sulle terrazze. Una donna camminava con un ombrello a pois lungo il corso principale, e sembrava stesse cantando, e le cose cantate si materializzavano, e poi svanivano alcune. Un uomo che era un guerriero per il suo popolo si occupava dei fanciulli, i quali ne adoravano invaghiti le cinture e le armi ad esse appese.

Tobias deviò verso il villaggio, ma il sig. Herbert gli fece cenno di seguirlo ancora verso il fondo. Discendeva come un polipo, con bracciate lunghe e circospette. Il ragazzo Tobias, che faceva sforzi per non perderlo di vista, pensò che quello doveva essere il modo di nuotare dei ricchi. E a poco a poco andarono abbandonando il mare delle catastrofi comuni, ed entrarono nel mondo dei morti.

Erano così tanti, che Tobias non credette di aver mai visto tanta gente nel mondo, neanche alla festa di San Pietro. Galleggiavano immobili, a faccia in sù, a diversi livelli, e tutti avevano l'espressione degli esseri dimenticati. Attraversarono prima gli strati dei morti molto antichi - e gli ci erano voluti secoli prima di raggiungere quello stato di requie.

Essi erano uguali nella forma ai vivi del villaggio, ma più piccoli d'altezza, e magri come i vecchi. Erano come sentinelle senza più manieri da difendere, inutili abitatori degli abissi. Solamente, conservavano i pensieri della gente: ed ogni tanto, una fuga di bollicine mostrava i pensieri che salivano a galla. Ma molte se le mangiavano i pesci voraci, e questo spiega i pensieri vuoti che spesso esprimiamo. Pochi giungono a destinazione savi e salvi.

Più sotto, le acque dei morti recenti, e qui il Sig. Herbert si fermò. Tobias lo raggiunse nell'istante in cui passava davanti a loro una donna assai giovane. Ondeggiava di lato, con gli occhi aperti, inseguita da una corrente di fiori. Il sig. Herbert di mise un indice sulle labbra, e rimase così finché non furono passati gli ultimi fiori.

Era la donna più bella che avesse visto in vita sua. Tobias la riconobbe come la moglie del vecchio Jacob, anche se più giovane di una cinquantina d'anni. Aveva viaggiato parecchio e si portava dietro la flora di tutti i mari che aveva attraversato, e un campionario delle conchiglie di tutto il mondo. Una in particolare di raffinata bellezza e colori non più riproducibili.

Giunsero sul fondo. Il sig. Herbert andò avanti e indietro su un suolo che sembrava di lavagna scolpita. Tobias, il ragazzo, lo seguì. Ma soltanto quando si fu abituato alla penombra della profondità, scoprì che lì c'erano le tartarughe. E ce n'erano migliaia, schiacciate sul fondo, e così immobili che sembravano pietrificate. Esse stesse pensavano, e sognavano, di essere morte.

Dormivano da milioni di anni. Il sig. Herbert ne girò una. Con un leggero impulso la spinse verso l'alto. L'animale, addormentato, gli sfuggì dalle mani e continuò a salire alla deriva. Tobias lo lasciò passare. Allora guardò verso la superficie e vide tutto il mare al rovescio.

A Tobias sembrava di vivere un sogno. Il sig. Herbert lo pregò di non raccontare a nessuno le cose che aveva visto, poiché avrebbe creato un grande scompiglio nel mondo. Era quasi mezzanotte quando fecero ritorno al paese. Le strade erano fiocamente illuminate dalle candele sui lampioni. Tutte le porte erano aperte, come di solito nelle case che non hanno nulla da difendere, neanche le tenerezze dei loro abitatori.

Svegliarono Clotilde, le chiesero di scaldare l'acqua per l'improvvisato pasto. Il ragazzo Tobias arrotò uno sdentato coltello, e il sig. Herbert abbracciò e sgozzò la tartaruga. Ma tutt'e tre dovettero inseguire poi e ammazzare di nuovo il cuore, che fuggì spiccando salti per il cortile quando squartarono l'animale. Aspettarono come si aspetta una primavera che fosse pronto, impazienti, e poi mangiarono senza sosta, fino a non poter respirare.

Bene, ragazzo, -disse poi il sig. Herbert - bisogna affrontare la realtà.
Naturalmente
E la realtà - proseguì il Sig. Herbert - è che quell'odore non tornerà mai.
Tornerà.
No, non tornerà - intervenne Clotilde - tra l'altro, perché non è mai venuto. Sei stato tu a scombussolare tutto.

Tu stessa l'hai sentito - disse Tobias.

Quella notte ero mezza intontita, ma adesso non sono sicura di niente che abbia a che vedere con questo mare.

E così, me ne vado - disse il sig. Herbert; che aggiunse, rivolgendosi a tutt'e due: - anche voi dovreste andarvene. Ci sono molte cose da fare nel mondo invece di restarvene a fare la fame in questo paese.

Se ne andò. Tobias rimase in cortile, a contare le stelle fino all'orizzonte, e scoprì che ce n'erano tre in più dal dicembre scorso.
Clotilde lo chiamò dalla stanza, ma lui non le diede retta. Sei imbambolato - disse Clotilde di malumore - a cosa stai pensando?
Lui decise di dirglielo a patto che non andasse a riferirlo.

In fondo al mare - raccontò il ragazzo - c'è un paese di casette bianche con milioni di fiori sulle terrazze. Clotilde si portò le mani alla testa.
Hai, Tobias - esclamò - hai Tobias, per l'amor di dio, non ricominciare di nuovo con queste storie...

Tobias il ragazzo, non parlò più. Andò a letto e cercò di dormire. Non riuscì a farlo fino all'alba, quando la brezza cambiò e i granchi lo lasciarono in pace.

Ma nessuno potrà mai dire se dormisse o fosse sveglio quando arrivò nel suo cortile, avvertito da un rumore di zoccoli, un bianco cavallo dallo sguardo fiero e gentile, e dalle grandi ali di angelo. Tobias naturalmente, che mai aveva fino ad allora montato neppure un asino, gli corse in groppa, e ne fu rapito

 

da Erendira

di una lunga lunga vita da guardare
mi sono rimaste sparse istantanee
da ricoverare nei miei album di fotografie

Sono coricate, assorte, le vittime
del mio magnesio. Suggeriscono
a chi le guarda riflessioni accorate
"sovra i refoli del tempo", "la libertà"

sulle case perdute o le cose trovate
sulle persone, gli appuntamenti scordati
sui c'era una volta.

Cerco nuovi obiettivi da fotografare:
donne grasse dai profili incerti,
sguardi appoggiati, improvvisi
cambiamenti. Occhi che fuggono,
fuori,
orchestre di cuori in accordo
con le urla del risentimento.

Le storie ciascuno le scrive
con l'inchiostro del sangue che sa.

 

 

da Nora, 1986

2. Non è vero che il tempo aggiusta tutto,
il dolore rompe le persone in modo irreparabile.
E siamo costretti ogni volta ad adattarci
a nuove e più compromesse situazioni,
a scegliere una vita peggiore.

4.1 Il sabato è un baleno, è un gelato consumato
chiacchierando, senza sapori, un rimpianto,
è una notte ripida che si esaurisce in una domenica
noiosa, vissuta ansiosamente da noi, disabituati all'ozio.
Fame di lunedì, di giornate occupate e uguali.
Ma ogni settimana è un'attesa, un lungo preannuncio
della prossima domenica, perchè può essere sempre
quella giusta, quella decisiva, felice,
quella definitiva.

4.2 Abitavo allora in una piccola isola atlantica,
un porto del mio cuore dalle frastagliate coste,
nella compagnia amica di qualche animale immaginario,
domestico e selvaggio, quadrupedi
di pagine strappate dal bestiario della mia adolescenza
Nascevano ancora speranze, ricordo,
come larghe margherite in attesa di un sole sicuro,
e utili indicazioni d'uso
perché qualche giorno riuscisse ancora a vincere l'abitudine
alla vita, e a noi sembrasse di essere felici.
Sì, ci sono persone felici e persone infelici,
gente che ha paura della vita,
che parte con entusiasmo ma per esorcismo,
poi lascia tutto e scappa lontano,
stacca il telefono, finge di non sentire quando chiami il suo nome,
finge di non vedere quando t'incontra per strada,
fugge lontano, fugge e ficca la testa sotto piramidi
di sabbia...
- Tu ne conosci?
- Sì, l'ho vista nei film

5. Masticavo il tempo come fosse un mio diritto,
rubacchiavo qua e là momenti d'ansia e di felicità,
speranze vere che non mi sono mai appartenute.
Mi aggiravo nella vita come se fossi protetta,
e qualcuno, in qualche modo, avrebbe pensato a difendermi e risolvermi i problemi senza farmi provare dolore. E sono stata cattiva, a volte, come solo un bambino in rivolta sa esserlo.
Questo non è abbastanza per giustificare la violenza, ma posso soltanto chiedere scusa, e sperare che mettiate in conto alla mia vita la superbia, la volgarità, e l'incidente di una persona sgradevole e vigliacca.
Oltre a questo, spero di avervi dato...

9. Ti guardo, sto seduta a guardarti nella posizione
comoda del riposo, mentre affronti le ripide sterrate, lontane dai rifugi perché non necessari.
Mentre guadi torrenti e fiumi dall'apparenza ora tranquilla ora inquietante dagli invisibili letti fatti - per la tua paura ragazzina - di buche e trabocchetti. E ora affronti la foresta, dove tutti gli alberi, se radi o fitti, si assomigliano e si rimandano. I sentieri sono segnati, ma dove portano? Saprai difenderti dalle tracce?
Ti guardo nella disperazione impotente di chi non può far nulla, non un grido che ti sia messaggio, non un lampo di specchietto che ti serva per indicarti una qualsiasi direzione. Io pure in viaggio, alla ricerca, io pure per conoscere. Ho archiviato le trappole terribili che mi hanno stretto le caviglie, spezzato le braccia,
coperto di incancellabili cicatrici.
Mi accompagnano il sospetto e la diffidenza, assieme a un nuovo rispetto per me stessa, e l'immagine di come vorrei essere.
Ti guardo mentre ti curi una ferita, mentre riposi nelle tue notti e sogni di essere già lontana, mentre ti volano accanto gufi curiosi, e rapaci, uccelli da preda, falchi.
Mentre ti credi sola e semini accanto piante dai nomi familiari, tuttintorno, quello che sarà il tuo giardino intorno, e crescerà senza urgenza notte dopo notte, non per difenderti ed isolarti, non per proteggerti ma per accompagnarti.
Tu coi tuoi passi malcerti e quegli accenni di cadute, tu scrivi piccoli capolavori.

 

 

da Viaggio nelle geografie del cuore, 1986

Cosa significa ti voglio bene (...)
una regressione bambina,
una palla di luna che osserva e minaccia,
una prima infantile confusione nel cuore,
parole che peraltro ho già sentito dire parole
che presumo inoffensive...
Ma le parole ahimé sono spade mitragliatrici,
ferita che non rimargina,
sono la mia persona,
il senso di una vita, una felicità

 

Siamo babbinatale sfiniti, ogni giorno,
ogni giorno a vuotare le gerle dai rimasugli delle altre vite e ogni giorno a tentare furtivi traslochi nei fardelli di altri di ciò che più ci pesa.
Siamo stupide menzogne e truffe,
siamo doriangray dipinti e invecchiamo tra tutti
nei loro mondi di tela, sull'altra riva del fiume...

Ci sono cose che non devi dirmi mai!

 

Wendla, piccola cara, com'è possibile. Portavi ancora le sottane corte di bambina, le margherite, Wendla, di qualche anno più giovane, per tutti piccina. Wendla sulla soglia del bosco dove entrarci o restare non è scelta che tu possa fare...

Wendla sorellina più grande dei miei bambini, più avvezza a far loro da madre che a sedere a tavola con la compagnia dei problemi della nostra modesta economia familiare. Wendla minuscola agli occhi, invisibile al dolore, ancora volata nel cielo di cicogne, Wendla cercata in allegria e come una bimba dimenticata perché troppi i pensieri dei grandi per dare valore ai pensieri piccini che avevi. Wendla sognata, coperta di fiori, nei minuscoli abiti di cerimonie immaginate di elfi scaltrissimi e fate, le feste di compleanno nei giardini addobbati del cuore.

Wendla incontrata nel cielo, e guardare attraverso i tuoi occhi, e guardare le barche sullo specchio del lago come i cavalli sul prato, come una promessa di ritornare.

Wendla che non era la clorosi da scacciare, e Wendla che non sa dire bugie mostra adesso l'ultima menzogna, perché ciascuno che sa, sappia che deve mentire...

Wendla e l'ultimo saluto è una spina dolce nel cuore, come uno scoiattolo che dorme nel cavo di un albero secolare...

 

Ecco, mi si allungano i capelli di nuovo, appoggiati sulle spalle, basta che io volti il capo e ciascuno segna un percorso nell'aria. Sono buffi i miei capelli.

E gli occhi? Teneri, luminosi, sottili, grandi, allungati, quante lusinghe hanno saputo attirarmi... occhi chiari e scuri, lunghe, affascinanti bugie. Ah, se fossero appena appena convergenti...

Vorresti, vorresti, io sono il mago di cartapesta, e posso realizzare i tuoi desideri con un movimento delle mie mani... quelle mani, sulla schiena, sui seni, dentro i desideri, come leggeri aquiloni in alto sulle mie giornate. Potresti ancora parlarmi così se ci fossi, se ci fossi, oggi che la pelle avvizzisce, oggi che i vestiti cadono imprecisi, i capelli spengono i riflessi della luna, e gli occhi spesso velati nascondo dietro occhiali da sole.

Fugge la vita curiosa e giovane ancora non sai apprezzare abbastanza il levare del sole e ti sembra uno spreco quel tempo che passi, le mani sul grembo, e ti fa compagnia chiacchierar con gli amici di amori spavaldi, di nuove scoperte e pensieri, e ti sembra ogni volta di amare la vita e di avere la vita risolta...

 

 

da Memories , 1984

HARRY
Sono Harry Wilmans, sono tornato, non mi riconoscete?, la guerra è finita, la guerra...
Avevo appena 21 anni, e Lotti Fipps, cravatta di raso, sovrintendente alla scuola, fece un discorso al Teatro Bindle. La sovranità della Patria, ci disse, la libera decisione, l'onore della bandiera, vanno difese ad ogni costo... Come si suol dire, aveva toccato le corde giuste, aveva acceso i nostri cuori. E noialtri applaudimmo: sì, sì, Patria e libertà, libertà e Patria, applaudimmo il discorso e la bandiera che lui sventolava.
Fu così che mi decisi a partire, nonostante mio padre, le lacrime di mia madre. E seguii la bandiera sempre, finché non la vidi levarsi alta, sul nostro campo tra le risaie, vicino a Manila, Manila, lontano da casa.
E noi gridavamo, gridavamo, imparando a vivere fianco a fianco con la morte, e sopportavamo l'aria piena di insetti, il rischio di una febbre di malaria, e poi il caldo, qualcosa da mangiare.
E avanti, avanti, avanti, contro le linee nemiche dove corre la bandiera, sempre a conquistare nuove giustizie, nuove libertà, a Manila, Manila, lontano da casa... e le donne dell'esercito, puttane che ci venivano dietro, e atti bestiali tra noialtri e da noi soli, e giornate di disgusto, notti di terrore, fino all'assalto attraverso la palude fumante, quando caddi con gli intestini trapassati!
Lontano da casa, lontano da questo fiume, non era come nelle parole di Lotti Fipps, cravatta di raso, faccia di porco, lontano dalle sue mani, il ricordo sbiadito come una vecchia fotografia.
Sono morto così, senza sapere neppure come fosse l'amore, forse davvero non ho mai conosciuto l'amore.


SEREPTA
Alle persone appartiene la presunzione di saper raccontare in parabole perfette la vita degli altri.
E sprecano così una preziosa curiosità, tutto il giorno a guardare l'apparenza delle cose, nelle strade, nelle persone, gli abiti, gli acquisti, le chiacchiere, tutto il giorno a guardare i sassolini, i sotterfugi quotidiani.
Ma la mia curiosità è più forte, è come il ferro di un cancello, è come un albero di mille anni, come l'amore, l'amore
la mia curiosità verso la vita, verso ciò che si nasconde dietro un fiore a primavera, quando i fiori sono infiniti, verso ciò
che si muove dentro il mare, sotto, la curiosità che si fa rabbia ogni sera, e poi diventa - dentro un vetro di clessidra, fine sabbia...

a me non toccò il rispetto...

voi che vivete, credendo oro l'ottone, avete gettato la mia come una qualunque vita - ma questa mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato se un vento arido non avesse intristito quella parte di me che viveva nel villaggio.
E da questa polvere ora, io alzo la mia voce di protesta: voi non vedeste mai le mie labbra allargate nel vero sorriso e l'immagine di Serepta nei miei occhi... ultima difesa fragile di un piccolissimo mondo di dolcezza
voi che vivete siete davvero degli sciocchi, voi che non sentite, voi che non conoscete le vie del vento, le altre sponde dei fiumi, siete davvero degli sciocchi, siete davvero degli sciocchi


EMILY
William fu così caro con me, così dolce

Ricordo quel giorno, la festa, quando si avvicinò alle mie mani.

Vuoi ballare? Sì...

William, così gentile

Gli occhi di tutti ci erano addosso. William, caro, balla più piano. Ma non si voleva fermare; e i giorni dopo, quando Elmer della diligenza portava sempre fiori, e le cavalcate di notte a raggiungermi... Più piano, William, più piano...

E poco tempo dopo, il giorno del nostro matrimonio, la vecchia Susie cantava quella vecchia canzone d'amore... di morte... c'è qualcosa nell'amore che ricorda la morte

No, figli non ne abbiamo avuti, non siamo stati fortunati, William ebbe quel brutto incidente... e fu meglio così, allora, ci dedicammo l'una all'altro senza riserve, e Gesù davvero non sono stata infelice come Lucy, Ester, e come altre donne che conoscevo bene, sposate per fuggire alla vita. E la vita, così, in qualche modo le inseguiva
E non c'è meraviglia se vedi una vita che passa, e alla fine non è per questo che rinunci alla tenerezza, e puoi scoprire sapori nuovi, diversi, sapori più amari forse, ma (...) è nel tempo che passa, nel tuo corpo che prende nuove ombre, nel cuore che si stanca. E non c'è meraviglia se sentite affievolirsi il calore dell'amore giovane, la passione, verso chi amate e vi ama. E c'è qualcosa di dolce e terribile in questo lento avvicinarsi alla morte...

c'è amore

sì, c'è qualcosa nella morte che ricorda l'amore


AMANDA
No. Non c'è nessun bambino, non c'è mai stato nessun bambino, lo so che sono solo stracci.
E' tutto quello che mi è rimasto, non è come credete: non ho scelto io di fare un figlio a rischio della mia vita. Harry, è stato lui a decidere per me, per la mia vita: lui mi ha uccisa per avere un figlio...

Oh sì, anch'io l'avrei voluto, se solo il mio corpo non fosse stato così debole
Un figlio, e dargli i miei occhi, e vederci attraverso di nuovo ingenuità, e sorprese; e dargli le mani, e toccarci le cose, scoprire di nuovo tutto quello che accade...
un figlio da cullare, da crescere (da tenersi addosso contro la vita, contro il tempo)
E dirgli: vieni, ascolta, questi sono gli animali del prato, senti?, e questo, questo è il rumore del torrente più lontano, senti?, ecco, senti la voce di Emily, cara, che prepara per William
Ma Henry non mi ha mai saputa amare. Mi ha resa madre senza dolore e senza dolcezza, senza neppure la voglia di dirmi: Amanda, sei bella.
Ricordo l'odore del suo corpo lavato, il viso appoggiato sulla spalla, ma non ricordo di aver mai visto i suoi occhi

Henry mi ha resa madre premendo le mani sul letto, pensando a suo figlio, suo figlio, e sapeva, che mi stava fregando la vita

E voi che ridete di me, che sapete tutto della vita, ditemi: a quanti anni si può morire, a quanti, e chi decide se sono troppi o pochi, e chi se vale di più la mia vita o quella di nostro figlio, suo figlio

No, Henry non sapeva amare


LUCIUS
Hanna, ricordo ancora le tue mani, cosa non facevo per una notte, una notte sola - quanti anni fa...
Hanna, quando avevo i baffi arricciati, i capelli neri, calzoni attillati e per bottone un diamante, ti ricordi?, ero un infallibile asso di cuori per il mio poker di regine...
Ti ricordi Hanna, quando i ragazzi partivano per la guerra e tu non smettevi mai di piangere, Eugenia ti ricordi come erano caldi i prati d'estate?, Emily, chi ti ha mostrato tutto quello che non sapevi, Sarah ti ricordi? Sarah, mi ricordi!?

E tu, ricordi?, ricordi? era l'anno in cui il grano tornò a maturare sui campi della guerra, l'anno in cui Harry Wilmans tornò cieco, il grigio cominciò a mostrarsi nei miei capelli le mie donne avevano messo su casa e figli, e quelle nuove ragazze mi prendevano in giro -io, Lucius, io che rischiavo le pallottole come un demonio senza cuore...

Mi rimasero anni spregevoli, amori spregevoli, avanzi rifatti di altri tempi ed altra vita. E voi sappiate che è stato solo il tempo a ridurmi qui da Maier, vino scadente e pranzo a prezzo fisso.

Un grigio, sciatto, sdentato, scartato, burlato, ubriaco... don giovanni delle vacche... don giovanni delle vacche...

 

TESTI DI VERSI

CONSUMAZIONI
luglio 1982

 

1.

Quello che non gli riusciva erano i rapporti con gli altri.

A tratti egli vi si apprestava di buona lena, con intenzione. Ma ecco la consuetudine con la parola o il gesto, la terribile abitudine a sprecare, e l'inevitabile deteriorarsi...

Ma "non avrebbe consentito a nessuno"...

Anche nel rapporto con la donna subiva di questi momenti: era quando si sentiva oppresso dalla convinzione di essere per lei soltanto l'ordinario, senza mai riuscire ad essere quello straordinario che sembrava irrimediabilmente beneficio di altri, ospiti di passaggio, irrisolti, ai quali andavano attenzioni e belleparole.

Qui gli erano riservate le parentesi, le disattenzioni. Si era, si sarebbe comportato anche lui allo stesso modo? E si difendeva, cercando conferme nel passato - e auspici per il futuro - nei rari episodi in cui lui era l'ospite. Ma ecco, dall'incertezza, emergere una sicura ragione di disappunto: la disparità di occorrenza delle situazioni analoghe: egli era più spesso ospitato, più spesso scontroso, messo in condizione di reagire: e qui, dove più rapidi sono i giudizi, egli reagiva male, sempre male. Lasciava però che la sua natura assumesse l'aspetto temuto, il peggiore, e non gli importava di salvarsi - qui avrebbe spinto al limite estremo ogni situazione. (Certo che poi se ne sarebbe pentito, e avrebbe voluto uscirne fuori, cancellarla, non averla mai vissuta: o almeno, averla vissuta in perfetta sintonia con lei.)

Ma avrebbe lasciato agli altri le belle figure, a chi "sapava comportarsi", a chi egli sapeva guardare senza invidia, senza voglia di rassomigliargli.

In quei momenti chiedeva una stanza segreta e una solitudine assoluta, dove poter cullare e prediligere con diligenza, la sua furia, sola parte di sé che poteva cedere senza rimpianto, che non gli costava fatica, giusto un senso di inerzia e rassegnazione. E dava, a mani aperte, con villanìa, perché essi erano arrivati a disturbare (distruggere) la sua vita, entrando con la protervia dei superbia guastare le sue costruzioni (ciò che egli aveva creduto di pensare o di capire) che egli temeva così gracili.

Avrebbe difeso la cattiveria come i territori invasi, con la patetica caperbietà di un esercito debole, là dove la guerra è un respiro, e la debolezza una colpa.

 

2.

"Ti ricordi di me?"

Erano i giorni della canicola, l'estate appoggiata sulla città.

"Restate". Allungata in una cesta di vimini la gatta tirava a fatica, una fatica fisica, dura, che poteva toccare.

Teneva troppo al proprio ozio per fare vacanze di questi mesi.

Quando sarebbe stato più freddo, quando settembre avrebbe messo le maglie la sera.

Ti ricordi dei prati, la Senna, i viaggi che ancora non c'ero (ti ricordi del Prater di Vienna?). La vita è qualcosa da sopportare, un veleno, un sorriso buttato, è un cercarsi nel tempo per avere più tempo, riflettere meglio, decidere, darsi risposte. Meglio pensare noi siamo persone che vivono assieme che non dipendiamo, che tu e la tua vita e la mia, che di vita è pesante e matrigna. Ci vuole del tempo, ci occorre una sera di fiori, di fiori una serra ma fuori, un giardino, una lenta, allungata, vigilia...

Altri appunti per dopo: un litigio, qualcosa da avere.

Personaggi sfumati: nelle cose che fai ti confondi con lei. E meschini. Ma è questione di frasi, abitudine a dire, a parlare (e, ricordi?, solo ciò che è detto, raccontato, è accaduto veramente, è l'avventura. E nel dirlo, già così differente...

 

3.

Le sue parole non lo avrebbero interessato più. Se ne accorse improvvisamente, senza sorpresa, mentre teneva un bicchiere mentre beveva qualcosa mentre / quando lei, al contrario -sapeva sempre cosa bere.

Inutile esporsi, farsi vetrina. Inutile dirsi - ciò che si ostenta di noi è quel che si vorrebbe essere, non quel che siamo, e infine, è quel che diciamo e come che svela di noi. Tu dici che si, tu parli per convincerci che sei proprio uguale a noi, come una bambina alla quale occorre la certezza di essere ormai diventata adulta, accettando tutto, quel che serve e quel che no, cercando consenso come l'amante dall'amante, come si cercano le parole dell'amore quando il silenzio si fa coperta di paura.

Usi argomenti futili, e ti rivolgi a noi ma parli con lei, che vorresti fosse tua madre - e avrebbe potuto e potrebbe ancora esserlo. Così le racconti di te, celata da frasi qualunque, brevi telefonate: son finite le vere stagioni del crescere, e ci si cerca più attorno (ma a me servono altre parole, e dolore con esse, per essere adesso a mio agio, e disposto a trattare costumi).

E tu, non t'accorgi(?), tenace difendi il tuo album di foto tu sola fotogafa, che la gente non perdi perché non osservi: sono tutti rimasti più uguali ai tuoi giorni, a come li hai definiti: eppure, uno per uno ho veduto cadere più uguali a sé stessi (ma tu non distingui, e ripeti...)

Questa sera io e lei non ti approviamo, ci eviti. Anche questo è di vita, ed è nostra illusione

(E tu, quanta rabbia che fai quando prendi i tranelli, le trappole già segnalate, quando dici il banale: a te non perdono, e m'arrabbio, che il banale - vaff, e difendi difendi ogni cosa ogni lettera sogno minuto

 

4.

Fu un'estate particolarmente acida. Egli si figurava stormi di uccelli diversi sugli alberi del vicino giardino, e gli avrebbe attribuito i pensieri più bizzarri che gli fossero venuti in mente, fughe dalla realtà, pettegolezzi di animali, scabre notazioni di vita: la verità, ecco, egli l'avrebbe consentita a loro soltanto.

O più semplicemente, non ci sarebbe stato giardino.

Piccolo uccello, dalle piume immaginarie, dai colori che ami, piccolo uccello del cielo, senza questa gabbia che è la vita, che fatica imparare a volare: e minacce d'ogni genere, e accuse: il tempo a costruire inimicizie, alla fine...

 

5.

Entrò nella stanza del vecchio ospedale di Angers - uno dei primi di Francia, recitava la memoria -, dove ottocento anni prima altri ammalati avevano ricevuto cure amorose, a guardare la sera crescere fuori, senza fortuna e senza desideri.

Ogni traccia era vanificata: tutto aveva oggi una propria certezza (e coerenza) museale: la custode, all'erta, con l'inesauribile sacca di monete piccole; gli arazzi spiegati alla curiosità dei visitatori (ancora); la minuscola farmacia, unico vestigio di quel piccolo regno di suore e medicamenti divini.

Riservò alle sale attigue un nuovo amore, al chiostro dai molti segni contraddittori e seducenti, alla piccola enorme cappella abitata dal tempo e dai suoi disastri. E gli si confaceva, quell'aria di uno splendore recuperato - "senti le grida dei vecchi malati, la loro ansia dei corridoi, e la nostra meraviglia di oggi"- quella catasta di macerie d'uomini e di cose. Rispondeva al suo cuore quella natura morta, quella carta da visita del dolore.

A lui che andava in cerca di nuove fortezze, di aspre e inattaccabili cripte, celate, non conosciute ad altri, di nascondigli del vivere.

Restava così, nella sua malattia, un animale incomprensibile, dai desideri negati, dalle improvvise vampate d'odio e di misantropìa. E restava così, cullato da certe nuove suore di carità, umili manovali della misericordia.

Ad esse egli avrebbe consentito tutto, lasciandosi tornare nella propria anima, ritirandosi dal corpo. Ad esse, ma piano, con negligenza, avrebbe suggerito crudeltà.

Avrebbe tramutato càlori, determinato òbeli, nati indelebilmente cèleri e corretti. Ampulsato i micrimi e cessàti, nòtile di ghisa abile, computato i sì di léfile e levìssima gemilazione. Onteli brevissimi e confusioni nobili. Mentimenti, làssali, vomitazioni.

 

RAGIONAMENTI D'AMORE
(16 stanze per voce recitante, agosto novembre 1981)

 

"perché vi dico che ci perdete molto se non amate" (B.Brecht)

1.

(prologo)

Se non vi fossi in qualche modo costretto, non userei la scrittura per dire certe cose; ma davvero non vedo come altrimenti potrei raccogliere questi ragionamenti e passarteli.

Naturalmente non credo all'autoconfessione e diffido della sincerità delle lettere, seppure ad una lealtà aspiro - e non da ora.

Decido per questo di usare il romanzo, che mi consente la menzogna dove occorre, e la deliberata confusione di aggettivi e sostantivi nell' ordinazione di questi capitoli.

Perché scrivere non è come parlare. Nella scrittura il discorso indugia, guadagna in sintesi e chiarezza perché corregge la sua forma, cancella parti inopportune, ridistribuisce sulla carta i periodi (con le forbici, per esempio).

Il destinatario, (tu), risparmia tempo.

Non c'è interruzione se non è desiderata, non contrasti nel cammino, il testo rimane prova inoppugnabile di sé stesso.

Almeno con te, che conservi lettere, oggetti, o cose che a me fanno paura - accorgersi un tempo enorme dopo di avere sbagliato.

Con me sarebbe certo diverso.

 

2.

E torno a volerti bene, lucciola, pur se attese sfiancanti disarmano - simili a musiche solite di carillon

Le albe si seguono, e tramonti smarriti accompagnano sere incredibili

Lucciola. ( ). La verità è ritornare

la verità non conosci - poiché si cela -, e rintanata sia nocciolo dentro quel suo frutto esotico.

Lascia gli amori agli ignobili, sterili, futili... lascia i commiati e gli inchini a chi serpe veloce e fringuello -

Noi c'incontriamo la sera

 

3.

Così, a primavera, io ti ho chiamata lunare.

Per un mio bisogno, un momento, per una tua curiosa ritrosìa al riso - io lo credevo. Ed ho cercato di sapere quale fosse la causa, se ti potessi guarire. O forse volevo guastarmi anch'io, e somigliarti.

Lunarità. Ad essa ho imputato le cause di una mia facile (easy) caduta.

Ricordo confuse, non nitide, le prime parole intercorse tra noi, e bisogna stare molto assieme, o partire, molti bagagli appresso - pur se il viaggio è breve: un elenco di attenzioni tra cui cadono fugaci frasi fatte, e proverbi, o modi di dire. Ma verbi consueti, colti a caso tra un prato di parole in riva a un lago, disponibilità perfetta di cose e persone a farsi ascoltare, per un attimo perdonare, lasciarsi complimentare. Avrei scritto diversamente allora, e domani ancora, del resto, troverei nel mio baule di ricordi altri contorti stimoli; e parlare è esercizio vano, bugiardo, è sapienza concessa a rari fornai cui puoi rubare il pane dalle vetrine, in barba a una legge apparente questa è la legge

 

4.

Il mio rammarico è riuscire male nell'esercizio del mio mestiere.

Io progetto strade. Sono geometra, diplomato con una votazione eccellente.

Ma queste strade sono gomitoli inestricabili. Sbaglio i calcoli, i raggi di curvatura. E i carpentieri e i muratori eseguono allibiti i miei comandi, chè li pago per non parlare mai. Odio, come sai, le parole.

La verità è che non sono percorribili, nessuno le percorrerà mai. Chi vi entra per errore non immagina le curve, gli improvvisi arresti, le artificiose deviazioni che consumano metri e metri di asfalto in un gioco inconcludente e stolido.

Il nastro stradale (evidentemente nero in una sua corsia di percorrenza e rosso nell'altra) s'impiglia a qualche distanza da Luogo, e s'attorciglia - ormai definitivamente - interrompendo lo scorrimento ed esaurendo in poco

Occorre ora spendere denaro. Dal Cartolaio.

 

5.

Io non so, se ne sono stato capace. Ma una parola tu me l'hai data. Con essa io ho risposto a me stesso nelle ore africane della mia solitudine avara, ed essa ho cercato di diffondere come un discepolo attento, costringendo altri ad usarla e altrimenti perdendola vano per strada, vano per finta, ma diligente guardiano a che nessuno potesse urtarla in qualche modo e danneggiarla.

Sono tanti i distratti, i disattenti, gli imprecisi.

Ad essa dò posto ancora nella mia vita. Le parole, per i soli, sono gli oggetti più cari, confortanti, mai ambigue né contraddittorie. E' nel rapporto con gli altri - nell'uso a cui sono destinate, bada, che si guastano, irrimediabilmente, per sempre.

Una parola detta in amore è come una lettera spedita, un gesto che non ha più ritorno.

E, ahimè, è un gesto disarticolato, incontrollabile. Io non so assumermi la responsabilità dei miei gesti con te e un giorno sarà che ad essi andrà sostituendosi lo stare insieme, il lungo tempo di lavoro fatto insieme, e il saper pesare oltre alle parole la fatica, l'abbandono, la malinconia e la sete, la rivolta.

Non così tra noi. Tutto andrà a carico di pochi giorni, chi ha vinto lamenterà i suoi elenchi di parole, chi ha perso imprecherà, chiedendo la sospensione del giudizio, l'indifferenza. Chiedendo di dimenticare molto, e ricordare appena. Portarsi appresso ciò che è stato rubato. La "mia" ormai "curiosità".

Il mio cruccio è la fretta che c'hai.

 

6.

Scherzi della geometria. Due segmenti di medesima lunghezza possono essere confrontati e definiti uguali anche se uno comincia, e finisce, prima. All'altro resta lo strascico, l'altro è il ricordo del primo.

Mi piace pensare che tu abbia vissuto questo inizio e questa fine, un tempo remoto. E a me resta la parte dell'archeologo d'amore, del ricercatore affannato che cerca solo conferme alla sua tesi, e così interpreta tendenziosamente, secondo l'umore, il ritrovamento di petali di rose tra le pagine di un libro, e di sassi di fiume troppo lontani dal greto e puliti, troppo puliti, ma che conservano chissà come del fiume ancora l'odore e l'immagine in perenne cambiamento.

E come si dispiace di non poter testimoniare che col ricordo altri gesti di briganti, e pietre ulteriori, e sciocche lungaggini, e profumi. E l'archeologo resta innamorato di sé a dimostrarsi alcune verità sfuggite alla gente, ormai occupata altrove a consumare, futilmente esaurire, l'effimero

 

7.

Non sto a ricordare le pause, o locuzioni infelici che ammetto, (ammetto) ho ascoltato con vivo furore e poi perdonato: il passato è anzitutto repertorio comune di parole, è certezza di capirsi l'un l'altro nella fretta, nel disgusto, nell'errore / aver tempo di sanare

Ma tu chissà che valore dai alle parole: io le sento senza stare ad ascoltare: ciò che vuoi dire davvero come faccio a saperlo. Al rischio di male interpretare preferisco farmi pensare distante, incapace di opporre rumore.

Tra noi gli insulti non sono mai corsi. Mancanza di tempo. Passato. Tra noi l'insulto sarebbe stato sgarbo, volgarità.

Ebbene, io più volte ti ho insultata, ho giudicato. Non so di cosa m'accusavi. Ma per capire bisogna aver voglia di parlarsi.

 

8.

Il mio pupazzo ha una bocca grande.

E' di bell'aspetto, sai, gradevole all'ascolto e allo sguardo perché accorto nell'accostare i colori dei suoi vestiti comuni. E' leggero da portarsi appresso, comodo da ripiegare e riporre nei suoi barattoli da viaggio, ben diviso pezzo per pezzo. Gentile e compìto ha studiato abbastanza per essere nulla, e a sufficienza per credere di saperne quanto basta. Non è vero. Non sa nulla ma non suppone di sapere.

Ciò che disturba, a un certo punto, è tutto questo parlare, parlare. Non c'è protervia, è vero, e neanche desiderio di starsi ad ascoltare (quasi mai). Ma lo stesso disturba, il parlare parlare, e dovrebbe zittirsi, ogni tanto.

E il problema è il rapporto con gli altri: egli invoca per sé la capacità di saper ascoltare ma parla, parla, e il tempo è quello che è: insufficiente per due.

(Come io ora) Conquistare il potere della parola significa scegliere questioni ed argomenti (significa forse annoiare?) (significa forse ammalare i compagni, lasciare a loro la balbuzie di una risposta tentata --- logorrea, soliloquio, sproloquio, a quanti anni di galera il mio pupazzo amerete condannare, a quanti anni di afasia ).

Condanna pleonastica: il castigo reale è da un lato il trovarsi da soli a parlare da soli (o scrivere); dall'altro, più grave, che io di te non so nulla. Solo posso intuire, immaginare, consolare. E questo nulla è enorme, pieno di piccoli nulla distanti - tra loro lo spazio ora esiguo ora vasto di una domanda impigliata.

No, io non sono un giudice. Con ciò non sentenzio, soltanto continuo lo sbaglio, parlare, parlare, illuso che sia lo sbaglio di tutti, in sé stessi puniti a parlare, parlare, costretti a correggere, aggiungere, togliere, dai loro progetti già fatti conoscere e già giudicati. Ma non eran finiti. Così lamentiamo: non eran finiti, ancora.

 

9.

(della goffaggine)

Confesso, di non sapermi comportare tra la gente, di essere in estremo imbarazzo quando siamo insieme tra i tuoi amici, dei quali non so nulla, e non so neppure se sanno, e quale sia il modello di comportamento a cui si adeguano in situazioni simili.

Confesso di essere atterrito dalla tua cultura (che si traduce nel codice inespugnabile di un gruppo) e di inventare assolutamente, maldestramente ogni volta le mie risposte.

Confesso di aver tentato di importi la mia, dualistica, impostata ad una logica preferenziale, esclusivista, privilegiante nel rapporto con la persona prescelta. Questa è la strada che so, che porta alla complicità, alla conoscenza possibile.

Confesso di aver detto sempre quello che ritenevo vero al momento, e che ho cercato di spiegare.

Confesso di non sapere perché ti sei interessata a me, che cosa pensavi allora, che cosa durante i nostri incontri, che cosa quando ti sei silenziosamente allontanata, e neppure so a cosa stai pensando ora mentre scrivo e mentre forse leggerai.

Confesso inoltre di non sapere cosa hai detto alla gente di noi, di me. In che termini mi racconti. Se mi hai deriso, odiato, sopportato ed insultato.

Se mi hai voluto bene.

 

10.

Forse ho trovato.

Enigma. Enigmatica. Sto cercando di completare la definizione. Tu porti dentro gli opposti. La contraddizione tra serenità e conoscenza della vita che è dolore. Ieri sera si diceva: solo il saggio può risolvere l'enigma. Ed egli stesso, l'ultimo saggio, muore pronunciando parole indecifrabili, "senza senso". Ma solo il saggio (il Saggio) può risolvere l'enigma correttamente, evitando la contraddizione.

E' questo capire? Conquistare il labirinto, uscirne con una testa di Semidio tra le mani...

Io non sono il Saggio. Cerco la felicità, tuttavia, e le mie armi sono spuntate, gli strumenti che adopero insufficienti. Uso qualche surrogato, una stanza, ad altre cose rinuncio. Mi consento il piacere privato ma non quello pubblico, detesto conferire

Tu sei la Fortuna, anche se questo romanzo è Vendetta, La Mia Grande Vendetta Contro Di Te. E Fortuna è qualsiasi occasione io abbia incontrato, fertile, dispensatrice di piacere, che è nell'acme felicità. Ciò che ne segue, è da questo che nasce: da un pezzetto di vita. Sia essa ricuso, abbandono, follia.

 

11.

Io non so Vestire a Modo, unire i Colori Giusti, scegliere i Capi Adatti, le Giacche, i Pullover, le Cravatte; e tu che mi guardi sottecchi sorniona tu con i tuoi accostamenti perfetti, immagina

Io che mi salvo sempre con le Tasche e i Giornali, io che le mani non so mai dove fermarle, in che mani abbandonarle

ed ecco Mani Capaci, mani di altri, che mi offrono Vantaggi e Carte di Credito "La Vita e I Sentimenti": e queste Proposte Affascinanti hanno il pregio di sembrare Possibili e Sicure: ti permettono il Gusto, lo Stile, frequentando un Corso Per Diventare Adulti e Smetterla di Giocare, basta un po' di applicazione e studio.

Ma io sono distratto, e inconcludente. Dovrei impegnarmi troppo con materie per le quali non ho inclinazione: Conosci Gli Altri, Interpretane i Gesti, Stalli a Sentire. Quando fossi interrogato, anche dopo aver tanto esperito, rimedierei figure ben meschine, e un graffio sul registro: Negligente.

E non è vero, mi difendo, che lo sia. Solo, per la Gente non provo amore, della Gente non me ne importa nulla.

 

12.

Guardo i film come fossero pietre e non mi piace, indugio sulla tecnica, ne parlo, mi distraggo.

Di quest'ultimo mi è rimasto dentro un sapore vago d'insoddisfazione (mi è rimasto ciò che più pertiene al mio momento: noi maschietti "intelligenti" così inabili in amore, nella vita, (nel vivere l'amore)

 

13.

Tu sei una donna splendida.

Tu fossi stupida, solo bellissima, non mi darei pensiero per dimenticare.

Ma pur se offrissi - erode - i miei pavoni bianchi, quei diamanti, o i cavalieri nani che tengo dentro ai miei rarissimi orologi, non ne ricaverei che il tuo fastidio.

Nella tua casa non c'è posto per chi dice lingue vane e si racconta, ancora, in solitudine.

 

14.

Le gambe accartocciate sotto il tavolino - non è giusto che io ti passi le parole come carta di giornale, è già sera, la simpatia è pesante da sopportre - il mio bicchiere aperitivo - ricordi l'imbarazzo a chiedere - e una vetrata liberty che mi separa

Ecco questa è casa mia: i libri che mantengono la polvere hanno aperto già le loro pagine ad incursioni labili...; e qui, dove conservo gelosamente gli abiti irrisolti, le mie fotografie segrete, questa è casa mia i cui confini gelidi permetto di varcare a te soltanto...

Altri avventori, adulti e rapidi, sciolgono gli incontri si salutano, ed escono, lasciandosi indirizzi certi, professionisti celebri a cui affidano i sorrisi abili che ostentano; e lasciano una giacca, una carta e un saluto, e qualcosa al cameriere

Il bicchiere è vuoto

In sala conversatori futili

Sullo scrittoio carta da lettere da non usarsi mai perché io e te - io e te se mai c'incontreremo sarà di polvere, di lunghe sere, sarà parlare, sarà ascoltare sarà nell'aria la stagione fredda il temporale

 

15.

Il gioco diventa crudele. Io ho perduto la mia gentilezza e non so governare quel po' d'acrimonia che acida mastico in bocca. Che sia opportuno il non più rivedere?

Ma come è possibile

Il gioco è crudele. Crudele riversarti addosso ancora un'inutile fatica, ininfluente. Crudele è parlare, sempre, quando non è attesa di risposta; è evitare gli argomenti, è accumulare linee rette di parole, interrotte qua e là da sentimenti, interpunzioni, reticenze.

Il romanzo mio è finito.

Io ho scelto, inaspettato. Ho goduto del vantaggio - ma il romanzo mio è vendetta

 

16.

(un diverso passato, e un passato potente che pesa)

Ho certo molto pensato, e il pensiero è sovente ingombrante fardello, bagaglio che inarca le reni rendendo più impervio il cammino, che induce alle scelte istintive che offro, non aspettandomi in cambio ormai nulla - nella mia vita di notte sovente io cambio quello che ho scelto nella mia vita di giorno.

Quel che mi affrange davvero è la ridicola borsa del tempo che porto legata al mio fianco - che penzola dalla cintura; e questo è il denaro che solo puoi spendere e tutta la tua accortezza scialacqui e ti penti, sperperi e subito

E la borsa assottiglia: e quale mese è trascorso - aprile? - quale indicibile mese cialtrone è caduto alle spalle di noi - contemporanei...; forse era il mese più bello, alla mia età maggiormente gradito...

E' stupido stare e guardare passare. Ma a noi, privi di occhi, è dato solo di avere stanchezza alle gambe e ascoltare, alla fine, tutti i miei giorni finiti, qualcuno parlare: tu eri seduto, e tu camminavi.

Io ero seduto, e tu, tu...

A noi privi di occhi è dato solo di illuderci e poi d'improvviso sparire, cogliendo nel fallo gli strani, ed attenti, Angeli Guardiani; evitandoli, così da mancare il giudizio, e mancare davvero, per l'ultima volta, quella stupida accusa e insolente di verità

 

 

APPUNTI DI VERSI

 

IL FILOBUS DELLA GRANDE RIVOLUZIONE COMUNISTA

Il filobus della grande rivoluzione comunista
è giunto al capolinea,
e son scesi quasi tutti.

Qualcuno dicendo
ho sbagliato fermata,
avrei dovuto scendere molto prima.
Chi ha sbagliato addirittura linea
e ha viaggiato per molto tempo
credendo di attraversare strade,
vedere case e quartieri che non erano
ma pure inviando lettere d'amore
e corrispondenze al giornale.

La maggior parte
scende gridando, mostrando d'essere felice.
Ripete, è naturale,
o si osserva senza polemica o particolare clamore,
cose dette appena ieri sul filobus,
come se ora, dette da terra,
avessero un fascino speciale, o maggiore,
o maggiore fosse la possibilità di realizzarle.

Qualcuno è rimasto sopra,
e s'ostina, non scende.
Si guardano con una punta di sospetto -
non si erano accorti di essere insieme -
e rispetto, avvinti dalla situazione nuova.

Il filobus chiude le sue porte
e riparte,
per la destinazione detta,
e indicata sul davanti.

Solo una cosa, come un presagio, m'angoscia:
il numero esiguo dei partecipanti.

    


KAFKA TI PRONOSTICA

Kafka ti pronostica una fine irriverente,
sogghigna. Dal palazzo delle assicurazioni
prende appunti per una cronologia dedicata.

San Giovanni, intanto,
guarda qui e là i percorsi che cambiano.
Il Narodny Divadlo parla la lingua del Presidente,
l'inquilino del Castello ora estremista, responsabile, moderato, democratico.
Reazionario.

Qui, sguardi di pietra ti seguono
mentre cammini le strade
atteggiati, incuranti, in precario equilibrio politico.

Eppure, qui si ha il senso preciso che la Storia
non è storia di uomini, ma di cose:

immutabile, lenta, come una passeggiata di chiocciole.

(Praga 1990)

 

HO NASCOSTO

Ho nascosto
nella via dell'oro
i miei strumenti di precisione
i ricordi non ricordati
e l'entusiasmo.

Ho bussato alla tua porta
sono entrato
mi hanno accolto gli echi delle tue salmodie
e un odore intenso di caffè.

(Praga, 1990)

 

IMPARA A DIRE GRAZIE, E PER FAVORE

Impara a dire grazie,
e per favore a chi ti sta accanto,

a chi incontri per caso negli affari di lavoro,

ai camerieri nei ristoranti
al telefono a tua madre, a tuo fratello
ai doganieri e anche ai commercianti
anche se la fatica è grande.

Come un albero complesso, è il nostro modo di pensare,
la nostra cultura personale
come un uccello che perde nell'aria traiettorie
che sono il suo passato e il suo volare, non poco,
non trascurabili dettagli che nessuno s'è premurato di
registrare

La vita stessa, quella difficile, è un semplice assemblaggio

di virate e di corteccie biforcate. Resta spesso soltanto
un odore persistente, che costringe la memoria
nello sforzo impossibile di ricordare.

Impara a dire grazie, e per favore,
perché la gentilezza è la maggior virtù
e perché ti allontana dall'immodestia di un militare

perché non posso immaginare un colonnello che dice grazie e per
favore a un caporale

o un soldato urlarlo a quel "bastardo" cui sta per sparare.
Sono formule indispensabili, come vedi, per una via migliore.

E dimentica il pronome "mio". Dimentica

che esiste al mondo qualcosa di tuo: tu sei delle cose, e loro
possono pure barattarti con altri uomini

Impara a dire grazie, e per favore,

perché sei comunista, un cittadino tra gli altri,

una testa tra le altre, alta, e occhi curiosi

che scrutano città costruite sulle fondamenta dello sfruttamento
e della guerra.

E impara a dissentire,
laddove più compatto è il fronte del consenso
quando nessuna voce si stende a coprire
il silenzio colpevole di persone che per qualche ragione
importante e personale

hanno dimenticato il dubbio e il coraggio di non acconsentire.

Sì, impara a dissentire accanto ad altri

che diligentemente portano appresso la loro irriducibile
dissidenza.
Impara che ogni ragione ha il suo sistema di potere che la
sostiene, ha un sud geografico e politico, ha una tribù da
colonizzare.

Vita è questa strada che procede dura e difficile
in salita, ma procede, ricca di seducenti tentazioni

di riposo, di gente seduta ad aspettare; ricca soltanto degli
incontri che nel tuo procedere puoi collezionare, nella felice
successione di presenti che non hanno eco alcuna, cartoline di
viaggio che raccogli e poi riponi per sempre.

 

 

OGGI POTREI AVERE TRENTAQUATTRO ANNI

Oggi potrei avere trentaquattro anni, essere nata a Dusseldorf o Torino, e avere qualche fratello medico
avvocato o vagabondo in qualche parte del continente
mio padre sarebbe morto di stanchezza, e mia madre terrebbe pulita una casa in qualche quartiere di periferia
e spierebbe la vita dei vicini dai vetri
come io spio la vita, dai vetri dei miei occhi

voglio rischiare, e abbandonare questa vita di privilegio senza nessuna paura di farmi male. Voglio correre
su una moto, e sentire le mie gambe che si aprono.
Voglio vivere una condizione umana, e una storia.
E i colori: soprattutto, mi mancano i colori

non una volta abbiamo assistito...
(tu vuoi veramente...)
sì, voglio conquistarmi una storia. Trasformare quello che so del mio sguardo senza tempo, per sostenere
uno sguardo duro, un breve grido, un odore acre.
Infine sono stato abbastanza fuori, abbastanza assente, abbastanza fuori dalla storia del mondo. Guarda...

Chi sei? Ti sento, so che ci sei. Mi ascolti? So che mi ascolti. Vedi, la primavera è come un inventario di
odori che mi cancella la memoria, mi affolla la mente.
Il tempo che passa, fuori, è un calore diverso sulla pelle. Difficile è contare il tempo dentro casa, mentre le
radio trasmettono tutto il loro niente di suoni.
Spegni il tuo interruttore e ascolta: io e te manchiamo del rosso e del giallo, ma possiamo trasformare le
parole in suoni, e immaginare come Giacometti la forma vera degli uomini.

Angelo, l'unico colore che mi manca davvero è il nero.

testi per Il sogno di Icaro, laboratorio teatrale, ispirato a Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders

 

DENTRO CASE, DENTRO CAMERE IN PENOMBRA

Dentro case, dentro camere in penombra,
giovani e vecchi entrano ed escono
con fare negligente dagli specchi.
E si trasformano, per compiacere la vecchia signora,
in una qualsiasi delle figure
del gioco sottile degli scacchi
(solitudine con belle frasi,
doviziose descrizioni, landscapes,
autoritratti impietosi,
cattivi. Vanagloria di
poeti)

E lì si spiega un'esistenza, un errore
e fa piacere di pensarti insieme
lì si giustifica una vita.
Lì si dà un senso, una ragione
si fan scelte e sembra naturale
sembra quasi che conducano ciascuna
in sale o differenti ambienti

Ma tu, qui,
dove le margherite muoiono,
pensa: la vita è solo domani,
ieri è il ricordo, il pensiero, non abbastanza:
a domani manca invece un tempo giusto

un'attesa di richiami di cicale,
un naufragio,
una lettera delusa.

 

LUCI CHE SEMBRANO LUCERTOLE

Luci che sembrano lucertole, distese sui divani come al sole, mentre scorrono le immagini di civilissime
metropoli e quanti anni hai, quante avventure, tersa sul collo una collana di nuvole e tu sei stata sola mai?

Voci che improvvise mutano come di amanti sorpresi mentre le auto riportano tutti a casa: salutano: e quanti
accordi hai, quante lentiggini, ti assale alle spalle mai la voglia di vivere e poi, sei stata sola mai?

Da una stazione al confine l'ultimo abbraccio sottile, puoi pure tenere le cose che ritieni importanti: e quanti
bauli hai, quante leggende, e tutt'attorno le prove che ci sei, tu: sei stata sola mai?

 

E' UNA SERA BUONA

E' una sera buona, battelli sul lido
gente che sa dove va - presumo -
che non cerca più nulla da tempo.

Anche la distanza è buona, e sorridono
i pochi sorpresi di un uomo che scrive.
Raccolgo frattempo ciò che lasciano a terra,
e compongo i tracciati di un atto.
Mi servono, quelle parole: i nostri
amici si arrabbiano, a glass of vine,
white, scusami se non riesco mai ad essere
me stesso con te
Popolo la mia commedia di comparse,
quasi esatte, nel rispetto di tempi
che mai nessun altro farà rispettare.
Spettacolo unico, be careful,
thank you per quell'espressione, ritienila,
sai - per quando ti occorra mentire.

Si fa gente per altri spettacoli.
Conviene che metta via queste note,
in ritegno di me.

(Venezia, 19 ottobre 1984)

 

E QUESTO È UN ROMANZO POSTUMO

E questo è un romanzo postumo, di congetture, quando l'amore sarà finito
è guardare avanti, non saper mancare il gesto, anche se le tue parole rassicuranti
è considerarsi solo un passeggero del tuo treno, breve tratto di strada, salito a una stazione tra le molte,
ininfluente, a una stazione sceso forse con clamore perché io non so rispettare gli altri, la gente
è un'avventura che dovrà venire, incombe, un diario scritto sul futuro, un'attenzione interna, un'ulcera
cresciuta nello stomaco che pesa

vivrò questi giorni bevendo l'assenzio dalle tue labbra, cercando dai giorni di rimandarne la fine, districando
le pagine dalle persone ingombranti che non sopporto, la tua vita, facendo assassinio -
ed è lunga teoria di frati che si dipana per le strade acerbe della mia città, stanze ingombranti a mezzo tra i
miei vent'anni andati a male, non conservati, e questi trenta, che non so immaginare eppure descritti, già letti
nei trenta trascorsi di molte persone

 

STORIA DI UNA TELEFONATA DI UN POMERIGGIO IN CUI L'AMORE S'ERA

Storia di una telefonata di un pomeriggio in cui l'amore s'era
da poco tempo lavato le mani (poco) storia di una telefonata
cominciata a letto e chissà forse attesa forse leggera
disattenzione (tempo) di quelle che rimandano il piacere ad
altri pomeriggi, quando noi saremo affatto soli e la gioia sta
nel lasciare che squilli, squilli, e non c'è posto per altri (poco...

storia di una frettolosa levata senza un attimo per calzare,
vestire... storia di un appuntamento che il ritardo avrebbe
perduto e all'altro capo - ma io stavo qui, e nel gesto piano
del vestire, ascoltare, il tempo gioca scherzi imprevedibili...
lo spazio dilata
quando torni non sei già più con me

storia di un percorso velocissimo, di una distanza conosciuta, e
sì mi sembra di vederti correre - signorina detti questo
telegramma per favore: a Beirut il cielo è calmo di latte e
sapore di nocciola; il tempo è decisamente mio - ho potuto
vederti mentre scese le scale tu dimenticavi qualche pezzetto di me
storia di parole dette senza fretta, di una leggera - annunciata
- noia, di una presenza intrigante, di libertà limitata; storia
di un sorriso, probabilmente, storia personale (vuoi spiegare
per favore piano occorre tempo per capire oggi è già diverso sto
cercando di rivivere tutto accade sempre troppo in fretta
storia invariabilmente di due piedi freddi, e un corpo esposto
alla corrente, che certo non avrei potuto coprire - proteggere e
storia infine di un malditesta fittizio e una sensazione reale
che scendeva dal cuore

Io vorrei essere acqua per adattarmi sempre alle tue nuove forme,

e riempirti tutta, vorrei essere la tua memoria. So, ovviamente,
che ciò non è possibile. So che amo di te tutto ciò che sei,
quindi il tuo passato, il presente ... credo che forse potresti
avere di più di me, di più ancora di quanto non hai, ma non so
se il prezzo che pretendo ne varrà la pena. Ma io, questo pezzo
di me, a chi lo dò?

 

EBBENE CHE FA, DEL TEMPO È TRASCORSO E NE HO PERSO DEL TEMPO

ebbene che fa, del tempo è trascorso e ne ho perso del tempo
quasi un segno che dica: son io, non t'accorgi
I - orologio/bersaglio, l'appeso
II - il bagatto: ma ho perso, ti prego, perso almeno un minuto
e il mio tempo è più breve
III - corto una spiaggia, spicci come xxxxxxx , una spiaggia
IV - spiccixxx che spendo contento sia chiaro ma
V - sono grato pei versi, sì, versi spezzati e ridicoli stompi
(
e vecchiezza, la---vecchiezza, la/vecchiezza
VI - come quando s'inventa bottega, e parole, e metropoli,
e forse è un giocattolo grande, e teatro, e ( )
VII - xxxxxxxnnato, sette il carro, i brevi revolver e
passamontagna / prodotti alla Fiat / quel che accade domani
VIII - la sera, la sera ha cadenze diverse, la sera che scrive
poesie, la sera inquietudine strana (
IX - il giorno, una mano alle carte
un verbo, un verbo che aggiunge una rima alla sera
plausibile allora e sincera
la nostra amicizia villana, unione discussa, dimessa
X - mezzana, dieci dimmi il futuro, quel che accade domani
orologio/bersaglio un bel film una coda a un ingresso
me( )tropolitana
XI - e non ho più parole, manca il tempo xxxx
zeta si cancella e ha quasi senso anche spar(l)are adesso (l
innanzitutto: questo è quanto: non ho tempo da sprecare
XII - il tempo e un gioco a carte
dodici la fine: possiamo cominciare

 

COSA SARÀ DI NOI. IL NUMERO OTTO NON M'APPARTIENE

cosa sarà di noi. Il numero otto non m'appartiene, l'ho rubato con attenzione, con altri, a un insegnante di
topografia di una scuola statale; le lettere pure sono furti, furti commessi con l'intenzione di rubare ad altri e
non dare troppo di me, a te, al senso, e a un'indagine grafica che sosterrò, che dovrò fare...

io confesso, confesso che ho amato don chisciotte per la sua carica eversiva, che ho cercato di trascrivere
verso su verso da pagina uno a pagina cento, di riscrivere i suoi capitoli, è vero, sono in difetto, sono in
difetto di fantasia e di un romanzo distratto, pinocchio ahimé pinocchio anche ho cercato di amare...

e che altro mi manca: ruberò, ruberò ruberò uno scooter di ferro e una bicicletta, venderò gelati per
mantenermi agli studi come un soldato proletario, giocherò ai cavalli, correrò finquando troverò strade e
parcheggi ed autobus a duecento lire la corsa e un controllore, figura sincera retorica ma pur sempre leale...

ebbene questo non è teatro, è effetto di sudorazione, è spinta da tergo verso sterili incontri, proust: è un paio
d'occhiali da inforcare, è macchina macchina macchina per non saper che dire, per non trovare le parole,
vienmi a trovare, cercherò di essere pronto già allora pur se pronto - è fatale - non ci so stare...

ho sempre pensato soltanto a me stesso, pensare agli altri è un po' come perdere tempo, come entrare in
discorsi non tuoi e non puoi farci mai niente; misantropo è la parola che ho saputo dedicarmi con struggente
mestizia e con risultati a volte molto soddisfacenti, un belletto di cui vergognarsi con un piacere fisico; non
per niente...

questo è il decimo appuntamento e ci diamo del tu e ti chiamo per nome senza segreti all'incirca, salvo
qualche buona azione petrolifera a cui di buon accordo non far mai cenno tra noi. Ma i miei denti si vanno
disfacendo. E tu sta' più attento, questi arnesi sono difficili da usare e fanno anche male; quasi come una
penetrazione anale...

stacco le etichette e le riordino per bene, come fossero reliquie d'un qualche santo bastante, brava gente,
qualsiasi codice possa usare manderò telegrammi e reclames di sana pubblicità ad indirizzi che ancora non
so bene, ma eventualmente chiedete a piazza del gesù, tutto quel che è sparito fra un po' sarà ritrovato non
lontano da lì...