LAVORAVO ALL'OMSA

Il tema del lavoro è quotidiano e urgente. Un’urgenza cui il Teatro Due Mondi ha cercato di rispondere con i propri strumenti quando ha incontrato le operaie dell’Omsa, 340 donne licenziate da una storica fabbrica faentina, non in crisi, che ha scelto di delocalizzare la produzione per aumentare i profitti.
A quasi due anni da quell’incontro, dopo mesi e mesi di mobilitazione e lotta, solo una parte delle operaie è stata assunta da un mobilificio – dalle produzione di calze a spostare mobili. Molte altre sono ancora in attesa di una nuova occupazione.

Così, la nuova produzione del Teatro Due Mondi parla di lavoro. Abbiamo sentito la necessità di andare più a fondo su un tema così vitale, e abbiamo pensato uno spettacolo che potesse essere allestito sia in un teatro, che in uno spazio non convenzionale, che in una piazza.
La regia intreccia drammaturgia contemporanea ad elaborazioni originali del gruppo: i riferimenti al testo di un nostro precedente spettacolo, Santa Giovanna dei Macelli, si attualizzano attraverso le storie delle operaie del calzificio; così come le vicende dell’Omsa si specchiano nella favola brechtiana.

Pur nella diversità dei contesti storici, lo spettacolo, infatti, pone l’accento sulle logiche economiche e imprenditoriali che schiacciano il diritto al lavoro rimarcando le similitudini tra la crisi economica del 1929 ritratta da Brecht e quella vissuta oggi, in epoca di globalizzazione, dalle donne faentine.
In un allestimento scenografico semplice e minimale, gli attori del Teatro Due Mondi saranno in scena insieme ad una delle operaie che hanno vissuto la chiusura della fabbrica. Il lavoro scenico è basato essenzialmente sull’uso della voce in tutte le sue modalità: monologo, racconto, coro, canto popolare, dialogo. Lavoravo all’Omsa vuole essere uno spazio dedicato soprattutto al suono e al senso che le parole devono portare.

Lavoravo all’Omsa è l’esito più recente di quelle esperienze che il gruppo realizza da qualche tempo insieme a “non-attori”: un Teatro che assume nuovo valore come incontro di persone, di culture, diventa un luogo fisico e mentale dove non conta “esibirsi” ma “esserci”, incontrarsi e conoscersi, migliorare la qualità delle relazioni tra pari. La storia di ognuno diventa storia condivisa. Diventa il Teatro di ogni giorno.

Realizzato con il contributo del Comune di Faenza, Regione Emilia Romagna e il sostegno di CGIL Ravenna, CGIL Emilia Romagna e Fondazione Argentina Altobelli

con gli attori del TEATRO DUE MONDI Federica Belmessieri, Tanja Horstmann, Angela Pezzi, Maria Regosa, Renato Valmorii e Angela Cavalli ex-operaia OMSA
regia Alberto Grilli
musiche originali e direzione musicale Antonella Talamonti
testi Gigi Bertoni
foto Stefano Tedioli

ringraziamo
Giovanni Nadiani per la traduzione in dialetto romagnolo
il Théâtre de l’Unité (Francia) per la strada che ci ha indicato

 

       
COMUNE DI FAENZA

Dati tecnici e organizzativi
lo spettacolo
prevede in scena 6 attori
richiede uno spazio scenico frontale (minimo di 5x3)
è adatto sia a spazi teatrali all’italiana che a spazi all’aperto
è disponibile da maggio 2013
spese: vitto, alloggio e viaggio a carico dell’organizzatore.

Contatti
info@teatroduemondi.it - 0546 622999

http://youtu.be/nQ8N-1JDUms

Lavoravo all'Omsa_estratti , realizzazione Sunset Soc.Coop

 LAVORAVO ALL'OMSA, Teatro Due Mondi per Beni Comuni, novembre 2014

•Sara Torrenzieri su ANTROPOLOGIA E TEATRO: Brecht e il brechtismo, professionisti e attori-persona, nel solco dei teatri a partecipazione sociale

•Raffaella Di Tizio su "L'oralità della scena. Adattamenti e transcodificazioni dal racconto orale al linguaggio del teatro "Università degli Studi di Napoli, 3-4 ottobre 2015

•Raffaella Di Tizio su "L'indice dei libri del mese " febbraio 2014

•Lavoravo all'Omsa, Tesi di Francesca Zerilli, Università degli Studi ROMA TRE

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Teatri delle diversità

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Lavoravo all'OMSA
di Michele Pascarella

«Cosa dite? È inutile? Lo so. Ma non ci si batte nella speranza del successo. Io so bene che alla fine mi metterete sotto, non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto»: ecco, dal finale del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, il senso del nuovo spettacolo del Teatro Due Mondi.

Il battagliero gruppo faentino non mette in scena Rostand, sia chiaro, ma il Brecht di Santa Giovanna dei Macelli. E lo fa per dar voce alla protesta contro un sopruso: la delocalizzazione in Serbia dell’attività produttiva della fabbrica OMSA di Faenza (non per crisi, ma per calcolo commerciale), a causa della quale 350 lavoratori (di cui 320 donne) hanno perso il posto di lavoro. Così sono nate le Brigate Teatrali, a seguito di un laboratorio ideato dal Teatro Due Mondi che ha coinvolto le operaie licenziate.

Lavoravo all’OMSA prosegue la collaborazione con le ex-operaie: una di loro è ora attrice nello spettacolo, e la sua storia, da lei raccontata in prima persona, si intreccia con il dramma brechtiano «in un continuo rimando di situazioni spesso descritte da canzoni di origine popolare, molte delle quali appartenenti alla tradizione dei canti di lavoro e di lotta», spiega il regista Alberto Grilli.

«Marciavo innanzi ad ogni corteo, giovane e vecchia, singhiozzando e bestemmiando, fuori di me, finalmente!»: questo è il testo di Brecht, ridotto dal drammaturgo Gigi Bertoni e recitato in proscenio da Angela Pezzi, attrice verso la quale «trattengo male l’ammirazione», come direbbe Ennio Flaiano. Parole che in bocca a molti suonerebbero vuote e retoriche, ma che nel lavoro della compagnia faentina si incarnano in un percorso tra arte e vita, impossibile da riassumere qui, di inusuale, preziosissima coerenza.

Una pecca bisognerà pur trovarla, in uno spettacolo in cui la precisione della partitura fisica deriva da 35 anni di rigoroso training quotidiano, e la ricchezza di quella vocale dalla feconda collaborazione con Antonella Talamonti. Dunque, eccolo, il difetto: quando inizia lo spettacolo, ci si sente subito parte dei buoni/oppressi, contro il cattivo/oppressore. Non si viene mai messi in dubbio, in discussione, in crisi. I buoni sono ottimi, e i cattivi pessimi.

Per il resto, per tutto il resto, bisogna davvero ringraziare.

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Lavoravo all'OMSA
di Sara Fulco

Siamo in un piccolo teatrino, caldo e affollato di gente. Non solo tutte le poltroncine sono occupate ma, dato l'alto numero inaspettato di spettatori, sono stati aggiunti e sistemati dei cuscini per terra. Hanno inoltre posto vicino al muro panche, ove donne incinta o con particolari esigenze potevano accomadarsi.

Tutti in attesa di assaporare questa prima nazionale della Compagnia Teatro due Mondi, nata nel 1979 grazie agli stimoli delle avanguardie storiche, che utilizzavano lo strumento teatrale come veicolo di protesta e contestazione. L'importanza e il nucleo di tale filone fu, infatti, svolgere teatro di gruppo. La forza del Teatro due Mondi è che a tutt'oggi continua a perseguire questo obiettivo toccando, di volta in volta, tematiche che colpiscono la società e le difficoltà umane.

Ma improvvisamente, sotto luci affievolite, parte una marcia “in serie”: siamo di fatti all'interno di una fabbrica. Gli operai e le operaie si ritrovano a fare l'appello, quando accade una rottura. I nomi chiamati sono stati tutti LI-CEN-ZIA-TI. Da qui parte l'intreccio delle vicende storiche e della fusione del Kronos. A prima vista così lontano, ma che marcia per similitudini avanti e indietro. Ritorna il 1929 come il 2010. Tra la Grande Crisi e l'attuale frammentazione economica, tra la chiusura delle fabbriche di un tempo e la delocalizzazione delle aziende di questo tempo.

Santa Giovanna dei Macelli di Brecht rappresenta in toto ciò che vissero le ex lavoratrici OMSA, ovvero la Golden Lady Company, che per avere più vantaggi, diminuire il costo della manodopera e aumentare i profitti, attuò una politica contro i propri dipendenti, senza rispettare i diritti al lavoro.

Lo svolgimento della Pièce è collegato e incastrato dai canti corali che i sei attori inscenano e intramezzano tra una scena e l'altra creando leggere sfumature di colore e di contestazione attiva. Un sottofondo musicale che risveglia il coro delle rivolte, non qui animata con forche e sanpietrini in mano, ma con la volontà di ripristinare a ridare un senso di Giustizia, se così può essere definita.

Si parlerà di occupazioni e presidi attuati inutilmente rappresentati dagli attori e non attori, che salteranno su e giù dai rossi bidoni inclusi nella scenorafia. Quadri di polifonie che, come cornici, immobilizzano le azioni facendoci riflettere sulle parole cantate dai manifestanti. Giacche rubino che si tolgono e si indossano a seconda dell'anno rappresentato: dalle rosse, indossate e accese parole odierne alle antiche e sbadite camicie brechtiane bianche. Un hic et nunc che muove e sposta i nostri sentimenti facendoci riemergere ciò che molte volte viene represso, ovvero i nostri diritti. Troppo spesso dimenticati o calpestati, ancorati al concetto di democrazia ormai in disuso, dove non vale più la collaborazione e la creazione partecipata, ma solo la morsa del più furbo e più forte. E' così che la realtà di fronte agli occhi commossi degli utopici grida risveglio, vedendo nelle plastiche espressioni degli attori professionisti la triste espressione vissuta in prima pesona dalla ex lavoratrice OMSA, che con il suo contributo ha evideziato l'attualità.

Venerdì 3 maggio 2013, Laboratori delle Arti, Bologna

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KRAPP'S LAST POST - 16 maggio 2013 - Elvira Venezia

Sono vestite di rosso, hanno lo sguardo fermo e lucido, il passo è deciso, la motivazione è forte, molto forte, sono principalmente donne e sono licenziate.
Le osservo giungere da lontano, irrompono con vigore nell’affanno consumistico di un qualsiasi sabato pomeriggio, un fischietto avverte della loro presenza, e improvvisamente è una marcia a travolgere ogni residuo di curiosità.
In molti si domandano chi siano queste donne che sfidano con grande consapevolezza una delle vie più altolocate di Bologna. Eppure sono pochi i passanti che sentono la necessità di fermarsi. D’altronde, che la diffidenza e il disinteresse misurino con precisione la temperatura di una città dimentica dei suoi più celebri appellativi, è cosa ormai nota.

Incedono con fare impetuoso, si fermano in mezzo alla gente per donare gesti gentili, come un abbraccio, si dispongono in cerchio per ridefinire un nuovo spazio in cui raccontarsi, si stendono in mezzo alla via, una dopo l’altra, solcando la strada con tutto il peso delle loro storie.

Chi siano queste donne in giacca e gonna rossa è presto molto chiaro. Sono le operaie della Omsa di Faenza, le stesse che nel dicembre del 2010 hanno perso il posto di lavoro dopo anni di attività, e non certo per un fallimento aziendale, ma per soddisfare gli interessi dei luoghi alti del potere, quegli stessi vertici che hanno deciso di delocalizzare la produzione in Serbia, dove i costi amministrativi e del personale sono nettamente più bassi.

Il trauma generato da un evento di tale spessore non può che coinvolgere una considerevole parte del tessuto sociale di cui la comunità faentina si compone, costretta ad assistere senza alcun tipo di mediazione alla negazione del diritto al lavoro. Una negazione che assume connotati molto più duri, come afferma una delle operaie durante un’intervista, se si pensa al conseguente senso di perdita della dignità, la paura per l’incertezza del futuro, a cui si somma la rabbia per l’indifferenza che le circonda.

Di certo, a questo magma di indifferenza che pietrifica una piccola città di provincia come Faenza, non appartiene Alberto Grilli e il suo Teatro Due Mondi, da anni impegnati ad alimentare con tenacia e forte senso civile esperienze teatrali di grande valore, affermandosi spesso come una delle realtà artistiche più considerevoli.

E’ dall’incontro tra esperienze così diverse, eppure così osmotiche, che nasce il progetto delle Brigate Teatrali Omsa. Un gruppo ristretto di operaie conosce quel potente veicolo che è il teatro, trova nell’arte un inedito strumento di protesta, e quelle fratture della storia spesso inghiottite dal silenzio, stavolta non verranno rimosse dalla memoria collettiva.

La lotta di cui queste donne si sono fatte portatrici assume una molteplicità di significati, restituendoci, anche se solo per un attimo, un barlume di speranza. Invadere una piazza, ritrovare la propria identità per essere subito dopo licenziata pubblicamente, tirarsi fuori dalla solitudine, dall’alienazione e mimare gli stessi gesti di anni trascorsi davanti una macchina, per scoprirsi di nuovo persone: tutte con una storia da raccontare, con un disagio da condividere, con la stessa necessità di lottare.

Ma il progetto del Teatro Due Mondi e del suo acuto regista non termina qui.

Se fino a questo momento la vicenda delle Brigate Teatrali aveva attraversato i confini della comunità faentina portando in varie città del nord Italia la propria contestazione, pestando piazze con l’azione di strada ed esorcizzando inevitabili paure con l’irruenza dei loro corpi, l’esperienza delle lavoratrici dell’Omsa decide ora di varcare la soglia di un teatro, raggiungere il palcoscenico e incontrare Bertolt Brecht.
Mi vien da pensare che sia stata la scelta migliore che potessero prendere.

“Lavoravo all’Omsa”, nuova produzione della compagnia, è stato presentato all’interno della XXV stagione del Centro La Soffitta del Dipartimento delle Arti - Università di Bologna, parte di un più ampio progetto su Teatro e Comunità curato da Cristina Valenti con la collaborazione di Giada Russo.

L’indagine da cui si snoda la rappresentazione reitera l’attenzione sul tema del lavoro, confrontandosi questa volta con un classico del teatro politico didattico di Brecht, “Santa Giovanna dei Macelli”.

Con un balzo temporale che non richiede particolari sforzi di storicizzazione, Giovanna Dark, protagonista del dramma, incontra le vicende che hanno segnato la storia delle operaie dell’Omsa, portate in scena dagli attori del Teatro Due Mondi e da Angela Cavalli, ex-operaia ora attrice della compagnia.

Dalle fabbriche della Chicago del ’29 a quelle della Faenza del 2010 sembra davvero non essere passato nemmeno un giorno; le similitudini si sovrappongo largamente alle differenze degli eventi storici: di chiusura di fabbriche e sfruttamento della manodopera operaia si parlava allora, di delocalizzazione e negazione del diritto al lavoro si vive oggi.
Se poi a raccontare sono le voci che caratterizzano personalità femminili così diverse e attente ai rapporti di forza che decidono del loro futuro, di certo la messa in scena assume un valore ancora più eloquente.

La costruzione dello spazio scenico risponde con fedeltà a criteri minimalisti. Sei bidoni di diverse dimensioni, rossi come l’atmosfera di cui si vestiranno i contenuti dello spettacolo. Ancora una volta, saranno dei fischi seguiti da una breve marcia a decidere dell’esordio della rappresentazione. Basteranno pochi attimi per ritrovarci in una fabbrica, testimoni di un intreccio che alterna con continui slittamenti le vicende della militante brechtiana a quelle delle lavoratrici dell’Omsa.
Si vengono così a definire spazi di riflessione critica rispetto a tematiche che animano la questione lavorativa, con tutti i presidi e le occupazioni che non troveranno modo di essere, ponendo gli accenti su una lotta che, sia tramite le parole di Giovanna Dark, sia attraverso gli interventi dell’ex-operaia, rivendica la necessità di vedere rispettati i propri diritti, in quanto donne e in quanto lavoratrici.

Punto di forza e cifra stilistica di cui si compone lo spettacolo è senza remore una perfetta ed efficace elaborazione delle partiture vocali. A differenza delle azioni di strada delle Brigate Teatrali, esclusivamente costruite su di un preciso e vigoroso lavoro fisico e visivo, “Lavoravo all’Omsa” declina in tutte le sue forme le potenzialità della voce, intesa sia come strumento scenico che come strumento di contestazione.

Canzoni popolari legate alla tradizione dei canti di lavoro e di lotta scandiscono i vari quadri della rappresentazione, attuando una forte componente di straniamento. E’ la dimensione musicale che organizza il discorso dei sei attori, a tratti congelati in espressioni plastiche all’interno di tableaux vivants, in cui alla parola, ora cantata ora declamata in racconti, dialoghi o monologhi, viene invece affidata la responsabilità di innestare riflessioni, mettendo in luce ciò a cui l’attualità dei nostri giorni ci ha assuefatti: la dura repressione dei nostri diritti.

All’interno di questo clima, a tratti appesantito da leggere venature retoriche, si dispiegano le storie di chi in prima persona ha affondato lo sguardo nelle piaghe della società, uno sguardo pieno di amarezza e commozione, che non si è arreso al corso degli eventi, che ha trovato nell’arte una sua nobile forma di ribellione in cerca di un riscatto che le è dovuto, che rivive tra le melodie di canti mossi da riverberi di tempi forse non così lontani.


 

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L'UNITA' 1 maggio 2013

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GAGARIN - febbraio 2013 - Michele Pascarella

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•http://faenzanotizie.it

•http://www.ravennatoday.it/eventi/teatro/lavoravo-omsa

•http://www.notizielocali.net/faenza

•http://www.romagnamamma.it/angela-cavalli-ex-operaia-omsa-ora-sale-sul-palco-a-gridare-la-sua-rabbia/

•www.faenzanotizie.it

•www.ravennatoday.it

•allevents.in/faenza/lavoravo-allomsa

•www.radiobruno.it

•www.zeroviolenzadonne.it

•Lavoravo all’Omsa/ l’ex operaia ora attrice e il dramma teatrale sull’azienda faentina - Il Fatto Quotidiano

•Eventi Culturali. Lavoravo All'omsa

•Faenzanotizie.it - Lavoravo all'OMSA

•L'arte contemporanea incontra il teatro/ al Muspac installazioni su Brecht

•Gagarin Magazine maggio 2013

•Primadonna

note di drammaturgia

I CAPPELLI NERI E IL SINDACATO – note di politica e drammaturgia sul testo di Lavoravo all’Omsa

Giovanna lascia i Macelli - i grandi macelli dove si lavora la carne, durante la grande crisi del '29 - e arriva tra le operaie dell'Omsa proprio nei giorni in cui il loro destino, il destino di 350 tra loro si va a compiere, proprio come quello di centinaia di migliaia di altri operai in Italia e in Europa. Circa cento anni sono passati e un'altra grande crisi, vera o presunta che sia, attraversa il capitalismo e i paesi capitalisti. Perché dubito della realtà della crisi? Ma perché ho letto Brecht, e quindi so che questa grande crisi serve soprattutto a sedare le pretenziose (?!) voglie operaie, a ristabilire le "giuste" misure tra le parti in campo, e a far crescere il profitto. Di pochi. Dei pochi che stanno lassù in alto. Qualcuno deve pur pagare.

Giovanna nel dramma di Brecht era un’attivista dei Cappelli Neri, perché non pensarla attivista sindacale? Nel 1929 non era possibile fare confusione tra i due ruoli. Oh no. Ma lei, in Santa Giovanna dei Macelli, si pone come mediatrice tra le due parti in lotta. Incontra il Padrone per convincerlo con discorsi accorati della ricaduta positiva che avrebbe una riapertura delle fabbriche, perché si tornerebbe a far circolare il denaro, si darebbe potere di acquisto ai poveri (e agli) operai che diventerebbero acquirenti e consumatori del prodotto. E non solo: vuol dare a lui una ragione economica di rispetto della vita dei poveri rafforzandola con una motivazione religiosa – valida per tutti, capitalisti e operai -, legata alla partecipazione di Dio (o con Dio, che per il mio ragionamento è la stessa cosa) alle vicende umane. Dare valori, far credere, all'una e all'altra parte.

E il sindacato del XXI secolo è un sindacato di lotta o di mediazione? C’è mai un’alternativa a una perdita di posti di lavoro, a una chiusura di una fabbrica che non è in crisi? O c’è solo la mediazione, la ricerca del minor danno (si sa, perché lo dice il capitalismo che ha vinto, che non c’è un’alternativa vera). Non si cerca di vincere più, da tempo immemorabile, si cerca di perdere meglio che si può. Se non è la filosofia dei Cappelli Neri questa…

Qualcuno potrebbe non essere d'accordo, che ci sta. Ma potrebbe adombrarsi, irritarsi, contrariarsi per questo accostamento - i sindacati non fanno assistenza e carità, per esempio. Vero. Non nel senso proprio, almeno.
E comunque non è questo che intendo dire.

Per me che scrivo è indispensabile individuare un punto di vista dal quale far correre il racconto. E ho scelto il punto di vista collettivo dell'operaio. E per essere più precisi, di quelle operaie che mi hanno aiutato a scrivere il testo. E di molte delle loro compagne che con loro hanno vissuto la lotta contro la chiusura dell’Omsa.
Un operaio reale, quindi, che non è tenuto a sapere chi siano (stati) i Cappelli Neri, e che ha una memoria vaga di quello che era il sindacato nell'800 e nella prima metà del secolo scorso. Che conosce bene solo quello degli ultimi trent’anni, per esperienza personale.
Che vive oggi e non gliene frega niente di centellinare le proporzioni di impegno, coerenza, fattività tra le varie sigle sindacali, cercando a volte con fatica un pertugio di credibilità nella coerenza del proprio sindacato (quando c'è un'appartenenza).
L'operaio che perde il posto di lavoro non sta a sentire le giustificazioni – qualche volta vere, ragionevoli, concrete - di un accordo che si chiude con la perdita del posto di lavoro. Perché l'operaio che perde il posto di lavoro ha negli occhi i miliardi di euro del finanziamento ai partiti, le liquidazioni milionarie dei manager delle ditte di Stato in fallimento, la fila delle auto blu allo stadio o all'uscita delle scuole (la lista può essere allungata a piacere). E non capisce perché sia così determinante per l’economia del Paese il proprio costo (35 mila all'anno? meno, meno), o il livello della propria pensione (1000-1200 al mese? anche meno, grazie) a 67 anni col figlio disoccupato di 30-35 anni.

Sono stucchevole, lo so. Mi annoio da solo! Ma è drammatico questo annoiarsi, perché al di là delle parole ci stanno le storie vere, ragionevoli e concrete dei soldi che finiscono troppo presto, o della dignità che dà il lavoro (sono sempre stucchevole? troppo ovvio?).

Ma un accordo firmato con un "tutti a casa" polverizza anche l'impegno di quei compagni che nel sindacato hanno fatto e fanno il possibile. Io lo so perché sono un delegato sindacale nel mio posto di lavoro.

Chi non ha fatto tutto il possibile forse è il Sindacato. Chi non dà una prospettiva che possa portarci al di là di questi accordi alla ricerca del minor danno.

Questo è il punto di vista che mi sembrava più interessante da mettere in scena. Il sindacato c'era o non c'era? Il fatto che ci fosse quanto ha inciso? La fabbrica doveva essere chiusa ed è stata chiusa. La politica applaude se stessa. Anche il sindacato applaude. A quel sindacato che applaude io presento questo conto da pagare: la perdita di iscritti, la perdita di rappresentatività, la perdita di un ruolo e di una funzione, poi chissà, forse la perdita di uno scopo. Volendo, c’è materiale per riflettere.

Ecco cosa mi importa. Che il sindacato si rifondi a partire da un’analisi della società che non sia una semplice rilettura dell’etica capitalistica. Che riparta da analisi e valori – e una piccola parte lo sta facendo, ma piccola piccola - che mettono al centro non il governo della società, che spetta ad altri, ma la difesa e la riaffermazione dei valori e del valore del lavoro e dei lavoratori. Contro i tavoli di mediazione. Fasulli. Quelli sì, davvero teatrali.

Gigi Bertoni

2017
• 18 febbraio LAVORAVO ALL'OMSA, TREVIGLIO (I), Teatro Filoframmatici, ore 21.00

2016
•11 marzo LAVORAVO ALL'OMSA, BOLZANO (I), Auditorium Liceo Scientifico Torricelli, ore 21.00

2015

•16 gennaio DIRITTO AL LAVORO - Il teatro come informazione, memoria, lotta, FAENZA (I), Casa del Teatro

•15 febbraio LAVORAVO ALL'OMSA, ARGELATO (I)

•8 marzo LAVORAVO ALL'OMSA, FAENZA (I), Casa del Teatro

•19 aprile LAVORAVO ALL'OMSA, SAN FELICE SUL PANARO (I)

•30 aprile LAVORAVO ALL'OMSA, TRAVERSETOLO (I), teatro Aurora, piazza Vittorio Veneto, ore 21

•28 agosto LAVORAVO ALL'OMSA, SAN MARINO (RSM), Teatro Titano, 18.00

•8 ottobre LAVORAVO ALL'OMSA, Teatro Oscar, via Lattanzio 58 MILANO, ore 21.00

 

2014

22 gennaio ore 21.00 FAENZA (I), Centro Sociale Borgo, via Saviotti 1

22 febbraio ore 20.30 CONEGLIANO VENETO, Teatro Toniolo una serata con gli operai dell'Electrolux

2 luglio BOLOGNA (I) 4°Festival In&Out GLI INVINCIBILI

13 settembre ore 21.00 PORDENONE (I), Ex Convento San Francesco, Piazza Della MottaL'Arlecchino Errante Festival

12 novembre MIRANDOLA (I), Azienda B.Braun Avitum Italy S.P.A, via XXV Aprile 44, ore 21, www.progettobenicomuni.it

 

2013

25 marzo L'AQUILA (I)

3 maggio BOLOGNA (I) www.dar.unibo.it/it/ricerca/centri/soffitta/2013/teatro/lavoravo-all2019omsa

23 maggio FORLI' (I) Fabbrica delle Candele

5 agosto CASTELFRANCO EMILIA (I)

17 novembre FAENZA (I)

23 novembre BERGAMO (I) IL TEATRO VIVO ore 21.00 Monastero del Carmine, P.zza Mascheroni ang. via Boccola, Bergamo Alta

14 dicembre ore 21.00 FAENZA (I), Rione Verde, Via Cavour 37