AL LAVORO! Il teatro, la musica e altre azioni a sostegno di un diritto

Cronaca di un progetto, di Andrea Valdinocci


L'ANTEFATTO
L’OMSA sta chiudendo e questa volta non è solo una voce che da sfogo alle paure di una città di provincia.
Questa volta l’OMSA chiude veramente o meglio delocalizza l’attività produttiva in Serbia dove i costi amministrativi e per il personale sono decisamente più bassi.
Il personale è quasi esclusivamente femminile, oltre 350 operaie rimangono senza lavoro.
La fabbrica produce calze ed indumenti per l’intimo da oltre 50 anni, ciò significa che non è una azienda qualunque, ma uno di quei luoghi di lavoro che fanno la storia delle relazioni industriali di un territorio.
Siamo a Faenza, in provincia di Ravenna, nella prima metà del 2010.
In un primo momento la città subisce un duro colpo, ma sembra reagire mantenendo alta l’attenzione sulle centinaia di famiglie che si trovano disorientate.
C’è forte preoccupazione perché si è consapevoli che togliendo il lavoro alle donne, le famiglie vengono colpite nel loro centro, al loro cuore. Mogli, madri, figlie, sorelle e compagne di tutte le età subiscono la vergogna, il senso di vuoto, la solitudine, l’incertezza per il futuro e la rabbia per il presente. Questi fattori minano l’identità dell’individuo, ancor di più se economicamente debole, con una bassa scolarizzazione (molte donne lavorano all’OMSA da quando avevano 16 anni) e se ha superato la soglia dei cinquant’anni.
Dopo qualche settimana però cala il silenzio. Istituzioni e cittadinanza si defilano.
Il vortice del tempo riporta le vite delle persone a preoccuparsi solo di se stesse e dei problemi quotidiani. Dilaga l’indifferenza, si spegne il senso di empatia e di solidarietà. Del resto il dolore degli altri è per noi solo dolore a metà.
Le operaie vengono lasciate troppo presto sole anche in diverse negoziazioni dove si difendono i loro diritti e il loro posti di lavoro: sindacato – proprietà, governo – confindustria, regione - provincia - comune.
Questo “turbinio” di dispute assume l’aspetto di un’inutile lotta che già dalle prime battute sembra avere una fine già scritta: licenziamento di massa.
Noi del Teatro Due Mondi in questo periodo eravamo (come al solito) immersi completamente nel nostro lavoro: tournée, prove, progetti pedagogici, spettacoli. Seguivamo la vicenda un po’ da lontano, almeno nei primi mesi.
La parte faentina della compagnia però viveva la vertenza OMSA con particolare coinvolgimento; anche per loro l’OMSA era una fabbrica simbolo. Anni di lotte, di lavoro che avevano coinvolto nonni, genitori, amici. Proprio da questi miei colleghi è scattata l’esigenza di conoscere le operaie, vedere chi erano e cosa stavano vivendo.
Il Teatro Due Mondi e il suo direttore artistico hanno iniziato un cammino di “pensiero” avviando una serie di innumerevoli incontri con operai, organizzazioni sindacali, assessori, partiti politici, altri artisti faentini e diverse associazioni della società civile.
Che cosa potevano fare un gruppo di artisti, di teatranti per gli operai dell’OMSA?
Possono realtà sociali distanti incontrarsi e costruire qualcosa insieme?


In quel periodo ci rapportavamo al mondo operaio e sindacale di Faenza con il quale non avevamo avuto una frequentazione assidua, almeno negli ultimi anni.
Era difficile capire alcuni comportamenti e le strategie durante un momento caratterizzato da dure dispute e contrasti tra i sindacati e la dirigenza dell’OMSA.
Alcune scelte erano per noi incomprensibili.
Il movimento operaio era debole, stava attraversando una preoccupante lotta interna. Le operaie erano divise, come erano divise le organizzazioni sindacali. Volavano insulti e minacce. La tensione era alta. Gli interessi particolaristici della proprietà e l’indifferenza generale si cristallizzavano.
La Cgil scelse la strada della lotta dura e ferma. La promessa della dirigenza che dopo la delocalizzazione ci sarebbe stata una riconversione della fabbrica non era credibile, si voleva solo guadagnare tempo e addolcire i sindacati.
I lavoratori non avrebbero avuto un altro impiego. L’OMSA in pochi mesi sarebbe diventata un immenso stabilimento vuoto e silenzioso, abitato solo da sordi echi e da macchine e mobili inutilizzati.
La Cisl e la Uil tentavano un dialogo più ottimista, credevano in una possibile riconversione della fabbrica e cercavano di ottenere il più possibile dalle misure economiche a sostegno dei redditi come le casse integrazioni speciali ed eventuali liquidazioni a favore dei lavoratori.
Da un lato era impossibile non venir coinvolti dalle politiche sindacali, dall’altro capimmo che dovevamo cambiare “rotta”. Era necessario compiere una “sterzata” che ci distogliesse dall’indagine delle motivazioni individuali che spingevano gli operai ad aderire alle une o altre scelte collettive.
Se volevamo aiutare nostri concittadini in difficoltà perché stavano perdendo il posto di lavoro, dovevamo farlo cercando di parlare e di includere tutti, al di là dell’appartenenza a questo o a quel sindacato.
Quando in quei giorni, difficili ed estenuanti per le parti coinvolte, incontravamo i delegati di tutti i sindacati e le operaie tentando di convincerle a partecipare ad un laboratorio teatrale con lo scopo di proporre altre forme di impegno e di comunicazione che partissero dalle loro esperienze personali, particolari del vissuto, istanze, paure e aspettative, ci imbattemmo in una prevedibile chiusura e distanza.
Solo un gruppo di donne molte unite e legate alla Cgil (ai miei occhi sembrava facessero gruppo da sole) pian piano si avvicinarono a noi. Con il loro carico di diffidenza e perplessità ci chiesero: “E cosa si fa in questi laboratori teatrali, cosa dovremmo fare?” Noi abbiamo risposto: “Non dovete far altro che essere voi stesse. Saranno le vostre storie il centro del lavoro teatrale”.
Le operaie ci pensarono qualche giorno e poi accettarono con una risata: “Ormai abbiamo fatto di tutto, proviamo anche con il teatro, tanto la faccia ce la siamo già giocata da un pezzo”.
Un gruppo di operaie disposte a partecipare al laboratorio l’avevamo trovato. Circa trenta donne di varie età.
Ora era possibile costruire intorno a loro un progetto più articolato.
Una cosa ci era chiara: era necessario coinvolgere direttamente altre realtà culturali della nostra città e non solo.
Tante idee e proposte iniziarono ad essere condivise, vagliate, modificate e scartate.
Questo potevamo e volevamo fare: mettere a disposizione la nostra professionalità per informare la comunità: “Tanti nostri cittadini stanno attraversando un momento negativo della loro vita, non lasciamoli soli”.

Chi scrive è un giovane attore del gruppo che non vive a Faenza.
In questa fase ascoltavo, aderivo all’iniziativa. Il Teatro Due Mondi e il suo direttore artistico Alberto Grilli, stavano costruendo un progetto che condividevo totalmente e mi interessava.
Ero però coinvolto più razionalmente dalla vicenda, non conoscevo bene ne l’OMSA ne i suoi lavoratori. Cercavo semplicemente di aiutare e agevolare il lavoro dei miei compagni più “anziani” e più motivati me. Non sempre ci riuscivo. Vivevo tutto in maniera distante. Una distanza sia fisica che emotiva. Era come se mi stessi occupando di una questione lontana. Sentivo giusto, l’avrei scoperto qualche mese più tardi. Siamo intorno al mese di Giugno 2010, mi sarei accorto solo a Settembre, momento di inizio del laboratorio e di incontro quotidiano con le operaie, del motivo di questi miei stati d’animo.

Alla fine sono state coinvolte e hanno aderito al nostro progetto un numero molto ampio di soggetti ed enti: Amministrazione Comunale di Faenza, Provincia di Ravenna, Regione Emilia Romagna, Accademia Perduta/Romagna Teatri (Teatro stabile d’arte contemporanea), Tratti (Cooperativa che opera nel campo dell’editoria, letteratura e nella direzione di Festival culturali), Strade Blu (Festival di musica dal vivo), Museo Internazionale della ceramica, Luogo Comune (Centro Culturale di Faenza), Clandestino (Locale faentino dove vengono programmati concerti dal vivo), Bottega Bertaccini (Libreria di Faenza che organizza eventi culturali), Sunset (Cooperativa che si occupa di video e arti visuali), Théâtre de l’Unité (Compagnia teatrale francese).
Il laboratorio teatrale con le operaie dell’OMSA doveva essere il fulcro dell’intera iniziativa qualunque forma essa prendesse.
La conduzione del laboratorio fu affidata alla compagnia francese: il Théâtre de l’Unité.
Era da tempo che alcuni di noi volevano conoscerli in quanto vicini alla nostra visione del teatro. Un teatro che non si chiude nei palazzi di cristallo o nei salotti culturali, ma si confronta costantemente con le tensioni sociali del nostro tempo.
Come il Teatro Due Mondi anche il Théâtre de l’Unité costruisce performance/spettacoli che vengono presentati all’aperto in piazze e strade. Eravamo e siamo convinti che il progetto doveva uscire dai luoghi deputati alla cultura e “occupare” gli spazi cittadini.
Proprio su interventi “urbani” inaspettati e senza alcun preavviso per la cittadinanza si basò il lavoro di Hervée de Lafond e Jacques Livchine, direttori artistici della compagnia francese.
Il laboratorio venne aperto non solo alle operaie dell’OMSA, ma a chiunque volesse mischiarsi con noi e con loro. Questo per creare un gruppo variegato e forte perciò difficilmente stigmatizzabile.


LA REALIZZAZIONE DEL PROGETTO

Dopo la fase di preparazione e ideazione abbiamo svolto concretamente il progetto a Settembre 2010 durante l’arco di una settimana che andava dal 12 al 19.
Il titolo doveva essere diretto e inequivocabile:
AL LAVORO! Il teatro, la musica e altre azioni a sostegno di un diritto.
Le operaie dell’OMSA durante questa settimana insieme agli altri partecipanti venuti da diverse città romagnole e italiane ed alcuni attori del Teatro Due Mondi, colorati di una rossa divisa, hanno fatto incursioni spettacolari, connesse alla crisi dell’OMSA e alla difesa in generale del diritto al lavoro, nelle strade e nel centro storico di Faenza.
Le Brigate Teatrali era il nome del gruppo che si era formato e delle azioni che si svolgevano.

Solo conoscendo le operaie, ascoltando le loro storie e osservando la loro dignità ho capito che in fin dei conti sono molto lontano dagli stili di vita e problematiche che colpiscono la maggioranza dei miei concittadini. Anche se si fa teatro di impegno civile non si vivono certe situazioni. Una cosa è fare spettacoli che parlino di giustizia, altro è conoscere direttamente e lavorare insieme con persone che vivono sulla propria pelle la sofferenza che tu racconti in teatro.
Mi ero anche io perso nel mio piccolo mondo, le operaie mi hanno riaperto lo “sguardo”. Mi hanno reso più consapevole della mia condizione sociale. Avevo in fondo perso fiducia in un attivismo che fosse diverso da quello artistico. Questa era la ragione dell’ apatia che provavo durante le fasi iniziali di progettazione e che ho descritto in precedenza.
Non scorderò ciò che mi disse Marina, un’ operaia OMSA.
La incontrai per caso un giorno in una piazza di Faenza, qualche mese dopo la fine del laboratorio.
Alla mia domanda se avrebbero accettato o meno una buona liquidazione proposta dalla dirigenza OMSA diciamo come indennizzo per la perdita del lavoro mi ha risposto: “Oggi noi accettiamo questa somma di denaro che ci garantisce un reddito per diversi anni. Mi sembra ragionevole vista la nostra condizione, o no?
Possiamo farlo... è del tutto logico. Anche se rinunciamo a lottare oggi chi se ne accorge? A chi importa delle nostre lotte passate? Fra qualche anno tutti si saranno dimenticati dell’OMSA. Se accettiamo denaro in cambio del nostro posto di lavoro non perdiamo mica la nostra dignità, alcune di noi poi ne hanno veramente bisogno. I nostri figli del resto non cercano più un lavoro a tempo indeterminato come facevamo noi 40 anni fa. A loro piace cambiare, passare da un impiego all’altro.
Pensiamoci bene però, ma se accettiamo quei soldi e ce ne stiamo zitte, quale esempio diamo dopo tutta questa agitazione sociale che abbiamo creato? Che insegnamento diamo ai giovani che ci hanno seguito e guardato in faccia? Soprattutto, che mondo del lavoro gli lasciamo?


Il 12 Settembre noi del Teatro Due Mondi presso la Casa del Teatro di Faenza abbiamo rappresentato uno nostro spettacolo per pubblico misto: Al Gran Teatro di Mangiafuoco dove non si mette in scena la storia di Pinocchio. Il burattino andando a teatro diventa spettatore di una storia ambientata in Oriente dove una giovane ragazza si ribella alle leggi e alle tirannie del Governatore del proprio paese.
Abbiamo voluto aprire la settimana con un nostro spettacolo per famiglie perché volevamo che fosse chiaro fin da subito che parlavamo con questo progetto alla città intera, a tutte le età ed estrazioni sociali. Volevamo che fosse evidente che non era un progetto chiuso, per addetti ai lavori.

Dal 13 al 19 Settembre abbiamo organizzato una mostra fotografica alla Gallerie della Molinella di Faenza: OGGI COME IERI. L’OMSA e le sue lotte dal 1942 al 2010

Mercoledì 15 Settembre Giovanni Nadiani e il gruppo musicale Faxtet hanno presentato un jazz reading (concerto e letture) intitolato: EX CAPITALE UMANO

OGGI COME IERI - RACCONTI Giovedì 16 Settembre Renzo Bertaccini di Bottega Bertaccini ha coordinato un incontro con i protagonisti delle vertenze OMSA del Passato (soprattutto ex operai dell’OMSA ed ex sindacalisti oggi in pensione)
La cooperativa Sunset ha curato OGGI PER DOMANI. Un’iniziativa per raccogliere le immagini dell’intera settimana e del laboratorio teatrale. L’intento successivo era poi di produrre un documentario.
Quest’ultimo punto e le altre fasi del progetto: Ieri come oggi e Oggi come ieri, hanno nel loro nome il significato che era per noi importante comunicare.
La memoria di lotte passate non sono semplici date storiche da memorizzare o adatte solo per incidere targhe che finiscono per “morire” nei musei.
E’ necessario fare uno sforzo per non dimenticare chi ha speso una vita per la difesa del lavoro o di altro diritto. E’ nostro compito diventare dei testimoni attivi, dobbiamo raccontare ciò che è stato alle giovani generazioni e a quelle che verranno per farle partecipare emotivamente a momenti che non hanno vissuto direttamente. Questo oltre ad educare aiuta a non commettere quegli errori che creano dolore e che l’uomo per sua natura compie da millenni in modo reiterato.

Domenica 19 Settembre si sono svolti due concerti molti diversi sia per genere che per luogo di rappresentazione.
Musiche per metalli pesanti, organizzate da Strade Blu, è stato un concerto di musica contemporanea con “innesti” sonori tipici del mondo del lavoro.
Il concerto si è svolto in una sala del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza.
In Piazza del Popolo di Faenza durante il pomeriggio dell’ultima giornata si è svolto il concerto Nostra Patria è il Mondo Intero della “madre” della musica popolare italiana Giovanna Marini accompagnata dalla Banda del Testaccio.
Il numerosissimo pubblico ha ben presto trasformato il concerto in una festa di popolo dove tutti cantavano, ballavano, battevano le mani in un continuo intersecarsi di sguardi fra diverse generazioni.

Le Azioni continuano
Il progetto Al lavoro! iniziato a Settembre ha visto una sua naturale e immediata continuazione.
L’eco mediatico aveva fatto diventare le lavoratrici OMSA un simbolo per chi altrove vedeva offeso un diritto fondamentale come quello del lavoro.
Noi per primi del Teatro Due Mondi non ci aspettavamo che la stampa e le televisioni si occupassero in maniera così massiccia del progetto e quindi della vertenza OMSA.
L’onda dei media e il perpetrarsi dell’incertezza di tutta la vicenda ci hanno spinto a continuare.
Oltre a noi anche le operaie e tanti partecipanti del laboratorio delle Brigate Teatrali hanno espresso il desiderio di ritrovarsi.Così è nato un nuovo progetto articolato in varie fasi o meglio azioni. Il progetto ha preso il nome: Azioni a sostegno di un diritto.
L’inizio è avvenuto nell’autunno 2010 per continuare poi senza sosta anche nella prima metà del 2011.


La prima azione è stata quella di ri-presentare le Brigate teatrali a Faenza con cadenza mensile tenendo aperta la partecipazione al laboratorio. Chiunque poteva unirsi al gruppo che si era costituito e imparare gli interventi che si facevano in strada.
La società civile si univa ad alcune operaie dell’OMSA, si tornava in strada e in piazza a rivendicare diritti, per non far cadere nell’oblio una situazione che ne racchiude in se tante altre. Il lavoro è un diritto che va difeso oggi come ieri, dovrà essere sempre difeso perché in società capitalistiche come la nostra la libertà economica è essenziale per poter accedere ad altri diritti sociali. Senza libertà dal bisogno economico non può esserci, per un cittadino occidentale, partecipazione alla vita democratica.
Le Brigate Teatrali sono uscite da Faenza andando a colorare di rosso anche altre città italiane dove altri cittadini ci hanno invitato ad intervenire ad eventi sociali, culturali o manifestazioni politiche.
Per fare qualche esempio: gli ultimi due interventi sono stati effettuati il 28 maggio 2011 in Piazza della Loggia a Brescia durante la commemorazione della strage terroristica del 1974 e a Genova il 25 Giugno 2011 durante la manifestazione: Punto G 2011. Genova, Genere e Globalizzazione dove dieci anni dopo il G8 un movimento femminista discute della globalizzazione.


Nella seconda azione, svoltasi tra Gennaio e Marzo 2011, abbiamo coinvolto due artisti: Magda Siti e Stefano Vercelli.
I due attori hanno tenuto un laboratorio aperto anche a chi non avesse nessuna esperienza teatrale e incentrato sulla narrazione orale e la costruzione di fiabe che raccontassero la vicenda OMSA.
Come per le Brigate teatrali si è formato un gruppo eterogeneo di cittadini faentini di diverse età ed estrazioni sociali che hanno frequentato il laboratorio insieme alle operaie della ormai ex-fabbrica tessile.
Le fiabe sono poi state inserite in uno spettacolo che Stefano Vercelli replica da tanti anni, Amnesie, creandone una versione speciale.
Lo spettacolo non è concepito per sale teatrali, ma viene rappresentato nelle case.
Ancora una volta il teatro esce e incontra la gente là dove vive tutti i giorni e in quest’ultimo caso addirittura entrando nelle stanze delle loro case.
Lo spettacolo Amnesie è stato ospitato da una decina di abitazioni.
Questa volta però non in modo scanzonato, irriverente e forte come accadeva nelle azioni di strada nelle Brigate teatrali, ma in modo più intimo e privato.
Ogni padrone di casa ha invitato amici e propri conoscenti. Altre centinaia di persone sono state toccate dalla vertenza OMSA e hanno conosciuto le lavoratrici non attraverso la mediazione di giornali o televisioni, ma come facevano da bambini ascoltando fiabe da una voce vicina che le racconta.


La terza azione si è incentrata sulla produzione e la distribuzione di un film-documentario che racconta tutto il progetto Al lavoro! . La regia è stata curata da Lisa Tormena.
La produzione è stata completata. Ora siamo nella fase della distribuzione.
Il documentario verrà stampato in questa prima fase in 1000 copie.
Cercheremo anche in questa azione di raggiungere tanti cittadini che attraverso l’arte, questa volta visuale, potranno ampliare la conoscenza su vicende a loro lontane.
L’arte come veicolo di diritti e di memoria.
Estrapolando un concetto da una poesia inserita di seguito e scritta da Enrico, un partecipante ai nostri laboratori: Il teatro e l’arte forse non serviranno a ridare il lavoro a chi l’ha perso, ma forse possono aiutare a vincere la solitudine e la paura.


Il mio lavoro è finito,
eppure c’era ancora tanto da fare
ma il mio lavoro è finito.
Allora ne ho parlato ai colleghi
ma pochi hanno ascoltato.

Allora l’ho scritto sui giornali,
ma pochi hanno letto.
Allora l’ho urlato per le strade,
ma pochi hanno sentito...
e allora ho avuto paura.

Il mio lavoro è finito
e ci ho messo il teatro
e ho avuto nuove mani
e ho avuto nuova voce
e qualcuno ha capito.
Comunque il mio lavoro è finito,
ma adesso io non ho più paura.