IL PRINCIPE DELLE FAVOLE

di Gigi Bertoni
con Stefano Grandi, Maria Regosa, Sauro Rossi, Giorgio Zacco
scene, oggetti e costumi Maria Donata Papadia
progetto luci Marcello D'Agostino
regia Alberto Grilli


la marionetta del Principe è stata realizzata da Elisabetta Giacone Teatro Stravagante di Palermo

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione Teatro Stabile Pubblico Regionale

Scena I 
IL PRINCIPE 

Ero seduto sul bordo del fiume, ascoltavo il dialogo intenso tra le onde e la riva. Il giorno declinava. I miei servi erano seduti più lontano, in silenzio. Il più giovane di loro già molte volte mi aveva rivolto la stessa domanda. Da dove passa il sentiero attraverso il quale si diventa uomini, e quando si conosce quand'è il momento di decidere, e come si capisce quali sono le giuste decisioni? Improvvisamente seppi cosa avrei dovuto rispondere. Lo chiamai a me. Ma proprio mentre stavo per parlargli, fui distratto da un frullo d'ali. Il bosco alle mie spalle viveva di mille invisibili vite. Alcuni animali fecero capolino tra gli alberi, quasi volessero anch'essi ascoltare. Così, nel tardo pomeriggio, vennero a svolgersi alcune di quelle bizzarre storie che ci sorprendono e affascinano, proprio perché noi uomini le abbiamo da sempre sapute, fanno parte della nostra conoscenza. E che ogni tanto è bene ricordare. Fu così che da narratori che volevamo essere, ci ritrovammo tutti insieme ad ascoltare.


SCENA II 
CANZONE DEL MERLO    
IL MERLO

Il merlo l'ha pers il becco
come farà a becar a becar
Se il merlo l'ha pers il becco la lingua
povero merlo mio come farà a becar.

Il merlo l'ha pers un'occhio come farà a veder a veder
Se il merlo l'ha pers un'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a veder.

Il merlo l'ha pers qletr'occhio come farà a veder a veder
Se il merlo l'ha pers un'occhio qletr'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a veder.

Il merlo l'ha pers un'ala come farà a volar a volar
Se il merlo l'ha pers un'ala un'occhio qletr'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a volar.

Il merlo l'ha pers qletr'ala come farà a volar a volar
Se il merlo l'ha pers un'ala qletr'ala un'occhio qletr'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a volar.

Il merlo l'ha pers na gamba come farà a camminar camminar
Se il merlo l'ha pers na gamba un'ala qletr'ala un'occhio qletr'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a camminar.

Il merlo l'ha pers qletra gamba come farà a camminar camminar
Se il merlo l'ha pers na gamba qletra gamba un'ala qletr' ala un'occhio qletr'occhio il becco la lingua
povero merlo mio come farà a camminar.

 

 

SCENA III
L'ASINO E IL LEONE
tratto da una favola popolare romagnola

C'era una volta un asino che pascolava tranquillo in un bosco, quando si vide improvvisamente comparire davanti un leone. Le due bestie non si erano mai viste prima d'allora. Si guardarono con diffidenza. Il leone pensava: "Chi può mai essere costui?". La stessa cosa si chiedeva l'asino, e dentro di sé tremava al pensiero che l'altro potesse fargli del male. Ma si diceva: " Coraggio, se non voglio farmi sbranare non devo fargli vedere che ho paura, e alla fine - forse - sarà lui a scappare". Si fece innanzi e chiese spavaldo al leone: "Dì un po', tu, come ti chiami?" "Leone" "Ed io mi chiamo Sbranaleone. Sono un animale forestiero, e sono in viaggio per scoprire se esistono al mondo animali più forti di me, perché io non ne conosco.". "Caspita" pensò il leone. "un animale con questo nome è meglio trattarlo con riguardo e cercare di tenerselo amico." E disse: "Caro Sbranaleone, mi faresti davvero un grande onore se accettassi la mia ospitalità per il periodo che starai da queste parti". "Accetto molto volentieri" disse l'asino. "Andiamo nella mia tana" propose il leone; "così possiamo parlare e conoscerci un po'." Quando arrivarono, il leone cominciò a mangiare una pecora che aveva portato via a un pastore; ne offrì anche all'asino, ma questo disse che non ne aveva voglia, guardandosi bene dal confidargli che lui mangiava solo erba. Stettero un poco sdraiati e discorrendo e riposandosi trascorsero insieme la giornata. La mattina dopo il leone disse. "Caro compagno, vieni che andiamo a cercare da mangiare". Si avviarono per il bosco e subito il leone ammazzò un bue con due o tre colpi di coda, poi lo prese con la bocca, lo trascinò fino alla tana e ne fece fuori subito un quarto. Poi cadde addormentato. L'asino intanto, aveva trovato da mangiare dell'ottima erba di un prato vicino, e si rifocillò mentre il leone dormiva. Strusciò poi il muso sul corpo del cadavere, e si sporcò di sangue, cosicché quando il leone si svegliò credette che l'asino - sazio - ne avesse mangiato qualche pezzo; così in pace trascorsero anche quest'altra giornata. La mattina seguente il leone disse: "Amico, il pranzo di oggi lo devi offrire tu". "E' giusto" rispose l'asino, "ma voglio andare solo: tu resterai a guardia del bottino di ieri." Uscì verso il bosco pensando e ripensando a come poteva - lui - uccidere qualche grosso animale, lui che non aveva mai fatto male neanche una mosca. Giunse in una radura dove c'erano tante cornacchie, che sono quegli uccellacci che mangiano anche i cadaveri. E lì, cosa s'inventò l'asino? Si mise disteso con la pancia all'aria proprio come un morto, e quegli uccelli, pensando che lui fosse morto davvero, cominciarono prima a volargli intorno e poi gli atterrarono addosso. Quando gli sembrò che sopra di lui ce ne fossero abbastanza, si rigirò all'improvviso e ne schiacciò un buon numero sotto la sua capace pancia. Allora si alzò, prese le cornacchie con la bocca e tornò verso la tana del leone. Vedendolo arrivare con quel branco di uccellacci in bocca, il leone gli chiese: "Come hai fatto a prenderli? Io, di questi bocconi, non riesco mai a mangiarne". E l'asino:" Oh, io prendo bestie di tutte le razze". Arrivò mattina un'altra volta. "Questa volta tocca a me" disse il leone. E via, se ne andò a caccia per il bosco. L'asino si mise a pascolare, godendosi la tregua, e riempiendosi bene bene, tanto che - quando dopo un paio d'ore il leone fece ritorno con un bel vitello, egli potè ancora una volta fingere con successo di saziarsi fino all'eccesso; poi si mise a dormire, e così passò anche quel giorno.

La mattina dopo era il turno dell'asino che, cammina e cammina, arrivò in un campo dove c'era il più bel miglio che si potesse vedere. Spalancare gli occhi per la gioia e dimenticarsi del leone fu una sola cosa: l'asino mangiò talmente tanto che alla fine il miglio gli aveva riempito stomaco e pancia e gli usciva persino dalla gola. Si stese a terra esausto, con la bocca spalancata. I passeri che vedevano tutto quel miglio giù per la gola si avvicinarono diffidenti, poi - visto che non dava segni di vita - cominciarono a entrargli in bocca sempre più numerosi. Gli bastò chiudere la bocca per sorprenderli tutti e imprigionarli tra i denti. Allora si rialzò e ritornò alla tana. Vedendolo arrivare senza niente il leone gli chiese se la caccia era andata male. L'asino aprì la bocca e mise fuori un così gran mucchio di passeri che il leone ne rimase incantato. Mangia pure e cavatene la voglia disse l'asino perché questo genere di bocconcini tu non sei capace di procurarteli. Il leone ne fece una bella scorpacciata. "Ma che animale è mai questo Sbranaleone?" si chiedeva intanto sempre più impaurito. Poi d'improvviso gli venne un'idea, e domandò all'asino se il giorno dopo non accettasse per caso di accompagnarlo a casa di sua cognata la volpe. "Ben volentieri" rispose ignaro l'asino. Che era accaduto? Il leone ormai desiderava liberarsi di quello strano compagno, perché più lo conosceva e più lo temeva, e aveva paura che un giorno o l'altro lo sbranasse. Sperava che la volpe potesse in qualche modo aiutarlo.

Così, il mattino seguente, si misero in viaggio, e cammina cammina, dopo un po', il leone disse: "Aspettami qui che vado a vedere se mia cognata è in casa". Trovò la volpe e le sussurrò: "Sono venuto da te perché devi aiutarmi a far morire un diavolo d'un animale, è una belva che non conoscevo, so solo che si chiama Sbranaleone, è impressionante e da lui c'è da aspettarsi di tutto. Anzi: io ho paura che una volta o l'altra finirà per fare la festa anche a me". "Va bene" disse la volpe "stai tranquillo che in qualche modo lo intrappoleremo. Ti chiedo solo in caso di pericolo di non abbandonarmi: perché da come mi hai descritto quell'animale mi hai messo in corpo una paura tremenda.". "Sai cosa farò?" disse il leone "ti legherò alla mia coda, così non potrà separarci.". "Sì" disse la volpe: e così fecero. Quando furono pronti andarono dall'asino. Appena il leone gli presentò la volpe l'asino pensò stavolta son proprio fritto e in padella, come farò a uscirne vivo, e gli venne un tale spavento che si disse: o la va o la spacca, aprì quella sua boccaccia e cominciò a ragliare con tutto il fiato che aveva in corpo. "I-òòò, i-òòò, i-òòò, i-òòò, i-òòò, i-òòò". Il leone non l'aveva mai visto far così: cominciò a scappare a tutta forza trascinandosi dietro la volpe che - dopo pochi passi - sbatté la testa contro un sasso e restò così morta stecchita, senza che perciò il leone si fermasse. Vedendo quello spettacolo l'asino si mise a ridere e disse: " E' proprio vero che al mondo vale più un poco d'intelligenza di qualunque altra cosa".


SCENA IV 
IL PRINCIPE  

Immagina che l'uccello nel cielo non soltanto possa inseguire le correnti, decifrare i venti, trarre risposte di sopravvivenza. Ma che tracci un segno continuo di penna, un fraseggio costante. Che generi parole di cui non conosce il senso e il suono, ma che parlano a te, che dalla terra vedi, e rifletti, e conservi.

 

SCENA V
LA TINTORIA DELLA CIVETTA
tratto da una favola popolare giapponese

Perchè la civetta è un animale notturno. Molto tempo fa, nel paese degli animali la civetta gestiva una tintoria. Molti uccelli si servivano da lei per cambiare il colore delle ali o del corpo, come il passero di Giava, che volle tingersi la coda di bianco; o la tortora che - dopo lunghe e stucchevoli discussioni - scelse ben tre diverse sfumature per le sue ali. Era una tintoria davvero di gran moda. Così fu che anche il corvo, che a quei tempi era tutto d'un bianco candido, decise di migliorare il suo aspetto: "Civetta, civetta, vorrei diventare più bello. Come sono ora, mi sento troppo anonimo, tutti i miei simili strappano l'ammirazione negli umani, io invece passo del tutto inosservato... Mi metto nelle tue mani: trasformami, scegli un nuovo colore per le mie piume". La civetta allora si diede un gran da fare nel mischiare le varie tinture del suo negozio... fino ad arrivare ad una tinta capace di cambiare sfumatura al cambiare della luce del giorno, ogni ora quasi ogni momento. Chiamò il corvo, e di quella mistura tinse le sue piume. Ma quando egli si mise davanti allo specchio, s'accorse che su di lui quella tintura era diventata un bel nero spesso e uniforme. Inspiegabilmente, tutto nero come la notte... Il corvo si arrabbiò a morte, ma ormai la civetta non poteva farci più niente. Fra i due scoppiò una lite furibonda. L'improvvida civetta cercò di salvarsi giurando e spergiurando che da quel giorno non avrebbe più toccato un pennello e avrebbe cambiato mestiere. Ma ciò non bastò al corvo: perché il rancore ancora cova, e la povera civetta non può più uscire di giorno perché se il corvo la incontra ricomincia a inseguirla, e se mai la prenderà... Ecco perchè la civetta è un animale notturno.

 

SCENA VI
L'UNIONE FA LA FORZA
tratto da una favola popolare russa

Un toro se ne va per il bosco, quando incontra un galletto. "Dove vai, galletto?" chiede il toro. "Lascio l'inverno alla ricerca dell'estate" risponde il galletto. "Vieni con me!" eccoli che se ne vanno insieme. Incontrano un maiale. "Dove vai maiale?" chiede il toro. "Sfuggo l'inverno alla ricerca dell'estate" risponde il maiale. "allora vieni con noi" E anche il maiale si unisce a loro. Vanno e vanno, attraversano vie, percorrono strade e intanto chiacchierano fra di loro. G: "Suvvia fratelli compagni! Sta arrivando il freddo; dove possiamo trovare un bel riparo per stare al calduccio?" "Beh, costruiamoci una capanna, se no d'inverno diventeremo tutti gelati confezionati." Ma il galletto - davanti alla prospettiva di dover lavorare - dice: "Quanto a me, mi metterò in mezzo agli abeti, un'ala mi farà da letto, l'altra da coperta, non c'è pericolo che mi prenda il freddo; e così passerò l'inverno." E il maiale, sfaticato più del galletto: "E io dico, venga pure il gelo, a me non fa paura. Mi scaverò una nicchia dentro la terra e lì passerò l'inverno senza nessun bisogno di una capanna." Il toro vede che la cosa si mette male, capisce che deve darsi da fare da solo. "Beh, - dice, - voi fate come volete, ma io mi costruisco una capanna."

In poco tempo, ecco la casetta finita, con tutte le sue cosine al posto giusto, porte, finestre un bel camino: ed ecco il toro che già ci abita... Ed ecco arrivare il freddo inverno, e oltre le montagne si prepara il grande gelo. Al primo spiffero di vento il galletto va dal toro. G: "Fratello, in nome della vecchia amicizia, permettimi d'entrare a scaldarmi nella tua casetta." "Io no che non ti lascio. Hai due belle ali: una può farti da letto, l'altra da coperta: così trascorrerai l'inverno! Questo mi hai detto quando ti chiesto di darmi una mano a tirar su i muri..." G: "Non vuoi permettermi d'entrare? - dice il galletto, - allora mi arrampico sulla soffitta e raspo via tutto il terriccio dal tetto, così avrai ancor più freddo. " Che può fare il toro? Lascia che il galletto vada a vivere con lui. Il giorno dopo, ecco che anche il maiale comincia a tremare dal freddo; va dal toro. M: "Fratello, in nome dei bei tempi passati insieme, lasciami entrare a scaldarmi." "Io no che non ti lascio; puoi scavarti una nicchia nella terra, e così passare l'inverno. Così m'hai risposto quando t'ho chiesto aiuto per completare la casa..." M: "Se non mi fai entrare" dice il maiale, "io scavo la terra intorno a tutti i pali e ti distruggo la casetta."

Non c'è niente da fare, bisogna lasciarlo entrare; e così il toro accoglie anche il maiale. Inizia così la bizzarra convivenza tra esseri tanto diversi. Ma, per quanto questo possa essere sorprendente, la vita in comune non è affatto male. Il fuoco nel camino li riscalda, e di provviste ce n'è a sufficienza. E questi sono ottimi motivi per passare il tempo a non far nulla, e aspettare con fiducia la nuova primavera. Tutte le sere i tre animali si siedono davanti al fuoco, e lì il galletto, che è un gran cantante, si esibisce col suo repertorio di bellissime canzoncine.

(canzone "Il galletto ")

IL GALLETTO

Son tre notti che non dormo lallà
Ho perduto il mio galetto lallà
Poverino lallà poveretto lallà
L'ho perduto nel giardin

Raccomando a voi ragazzi lallà
Se per caso lo trovaste lallà
Con bel garbo lallà lo pigliaste lallà
Lo portaste qui da me

Ha le piume bianche e gialle lallà
Ed un collo ben tornito lallà
E la cresta lalla lunga un palmo lallà
Nel suo far chirichichì

Le giornate passano gioiose ed i nostri amici si sentono al sicuro e al riparo dai pericoli nella loro capanna. Finché una sera... Una sera la volpe passa vicino alla casa, sente il galletto cantar canzoncine allora si avvicina alla casetta per sbirciare dalle finestre. Vede prima il maiale e poi il galletto e come lo vede le viene una gran voglia di mangiarselo.

Ma, come arrivare sino a lui? Allora va dal lupo e gli dice: V: "Bhè, carissimo compare, ho trovato un vantaggio per tutti: per te un maiale e per me un galletto!" L : "Bene, comare! - dice il lupo, - ti sarò sempre grato per questo tuo servizio! Andiamo dunque, ammazziamoli e mangiamoceli!" La volpe lo accompagna alla casetta. "Compare, - dice al lupo - apri la porta, io vado avanti a mangiarmi il galletto." Il lupo apre la porta e la volpe salta dentro. Gli animali all'interno per un attimo sono sorpresi, ma reagiscono immediatamente: il toro (la vede e immediatamente) la schiaccia con le corna contro il muro; il galletto le salta sulla testa e le becca gli occhi; il maiale si mette a colpirla sui fianchi, a colpirla, a colpirla... sino a che la volpe spira. Intanto, lì fuori "Possibile che le ci voglia tanto tempo per impadronirsi d'un galletto?" - dice il lupo. "Mi sembra di aver aspettato abbastanza, io vado." Il lupo apre la porta e salta dentro la capanna. Ma sebbene un lupo sia più feroce e pericoloso di una volpe, ora gli animali sono già all'erta: il toro spinge anche lui contro il muro con le corna, il galletto risalta sulla testa e di nuovo prende di mira gli occhi, mentre il maiale gli si getta sui fianchi a testa sotto, e lo colpisce, lo colpisce, tante e tante e tante volte. Il lupo non muore, ma non appena riesce con fatica a divincolarsi, corre via senza nemmeno guardarsi indietro.

SCENA VII
IL PRINCIPE

Vieni, alzati, il racconto non è ancora terminato. Nota come nella nostra fantasia lo stesso personaggio qualche volta sia portatore di paure, qualche volta un saggio amico a cui prestare ascolto. Nota come la sapienza umana abbia sempre distinto tra il lupo buono e quello cattivo.

SCENA VIII
LA LOTTA TRA I QUADRUPEDI E GLI ANIMALI A SEI ZAMPE
tratto da una favola popolare dell'Equador

Una bella mattina, nel folto della foresta si incontrarono un puma e un grillo, entrambi re dei popoli rispettivamente a quattro e sei zampe. Non so bene per quale motivo, ma a un certo punto cominciarono a questionare su chi di loro fosse il più forte. Come si può capire, il temuto puma ne era incrollabilmente convinto, e ciò in considerazione delle sue dimensioni. Ma il grillo esclamò: "Si, puoi anche essere un grande e grosso re dei quadrupedi ma noi, nel complesso, siamo più forti" Il puma brontolò: "Cosa vuoi dire? Io con una zampata ti schiaccio". Il grillo rispose: "Se proprio credi di essere (davvero così forte e) invincibile, allora ti lancio una sfida. Vieni domattina con il tuo popolo dei quadrupedi, e vedremo chi sarà il vincitore". "Va bene," disse il puma "lo trovo davvero ridicolo, ma se ci tieni, vi stritoleremo e vi spiaccicheremo nel fango." Così si accordarono. La mattina seguente arrivarono tutti i quadrupedi, giaguari, orsi, cani, volpi, lama, tori, cervi, mucche, pecore, lepri e topi insieme al puma per sopraffare gli animali a sei zampe. Allo stesso modo arrivarono in massa grilli, api, calabroni, vespe, mosche, cavallette e formiche. E furono loro a partire all'attacco: assalirono i quadrupedi su ogni fronte, da sotto, da sopra, uscivano senza farsi notare dalla terra e si lasciavano cadere dagli alberi mordendo I quadrupedi sulla lingua, sulle orecchie, negli occhi, cosicché questi potevano a malapena vedere, sentire, annusare. Tanto dolorosi e così innumerevoli furono i loro morsi che anche i puma e i giaguari non furono in grado di fronteggiare questo attacco e furono costretti a battere in ritirata, seguiti di lì a poco da tutti gli altri. I quadrupedi si ritrovarono - amareggiati e sofferenti a mollo nel fiume più vicino, (per quietare il dolore delle morsicature e delle punture); mentre poco lontano gli insetti stavano cantando e ballando, festeggiando la vittoria. erano loro i più forti, i veri vincitori della sfida.

SCENA IX
OSPITI DA UN LEONE
tratto da una favola popolare yiddish

Molto tempo fa, il leone invitò tutti gli animali ad un grande pranzo in loro onore. Per ospitarli, fece erigere al centro di un grande spiazzo una enorme tenda, larga, larga, larga come lo spavento. La tenda era stata cucita unendo insieme la pelle di centinaia di animali uccisi. Tutto sembrava andare per il meglio: gli ospiti erano tutti arrivati, nessuno potendo mancare. E i camerieri durarono a portare piatti e piatti di prelibatezze. Si era giunti a circa metà della festa, e il leone volle rallegrare gli ospiti col canto. E fu prescelta la volpe, che venne invitata a intonare una canzonetta. L'astuto animale, che era il solo in grado di giudicare la pericolosità della situazione e voleva avvertire della cosa anche i commensali suoi compagni disse: "Ma voi mi accompagnerete in coro?". "Certo, certo, certo" risuonò da ogni parte. Con lo sguardo rivolto al terribile soffitto la volpe cantò. (canzone yiddish) E le parole della canzone dicevano: "Amici, fratelli, dovete fare attenzione. Guardate come è stata tessuta questa tenda. Quello che vediamo lassù il nostro caro leone lo farà anche a noi!". Gli ospiti compresero immediatamente che non ci si può fidare della gentilezza dei potenti. Gli animali con la cui pelle era stata fatta quella tenda probabilmente erano stati invitati pure loro ad un banchetto, un banchetto non per mangiare, ma per essere mangiati!! E anche alla volpe e ai suoi amici, allo stesso modo, sarebbe capitato un grosso guaio se non fossero stati all'erta. Fu così che, guidati dalla volpe, gli animali lasciarono al più presto il padiglione del leone.

SCENA X
CANTO LAMIDEBAR

SCENA XI
PERCHÉ GLI ASINI HANNO IL MUSO BIANCO
tratto da una favola popolare del Marocco

L'asino è molto paziente, lo si può caricare fino a far traboccare le some e lui sopporta tutto. Ci si rende conto di quanto si pretende dall'asino solo quando schiatta, e allora vuol dire che era troppo. I maggiori dolori gli asini li subiscono a opera dei bambini. I bambini percuotono l'asino con i bastoni e gli tirano pietre, gli saltano in groppa e si fanno trasportare in cinque alla volta. Pazientemente egli li lascia fare. Un giorno alcuni angeli dissero al Signore dei mondi: "Oh Signore, osserva l'asino: è l'immagine della pazienza e della resistenza! Non avrebbe diritto anche lui al Paradiso?". "Sì," disse il signore "conducetelo qui!" Allora gli angeli andarono dall'asino, lo presero e lo trasportarono all'ingresso del Paradiso. Volevano spingerlo dentro, ma l'asino, appena messo il muso dentro con circospezione, vide il gran numero di bambini che c'era all'interno e non volle più andare avanti. Era troppa la paura dei bambini che lo avevano sempre maltrattato. Gli angeli cercarono dapprima di convincere l'asino con le buone, poi con la forza, ma non ci fu modo di smuoverlo di lì. Allora gli angeli riportarono l'asino al pascolo. Ma siccome aveva infilato il muso nel Paradiso, e questo era stato illuminato dalla luce divina, ora l'asino aveva il muso bianco. E da allora tutti gli asini hanno il muso bianco.

SCENA XII
PERCHE' IL COLIBRI' E' IL RE DEGLI ANIMALI
tratto da una favola popolare africana

Quando il vecchio re degli animali, il leone, morì, tutti gli animali si riunirono nella foresta, per eleggere un nuovo sovrano. Sicuri della loro vittoria, gli animali più possenti si misero in vista, per cercar di ottenere il favore della moltitudine. L'elefante magnificò la sua forza e si vantò di poter, con la proboscide, sradicare gli alberi più grossi. "Che cosa significa sradicare un albero che non può difendersi?" intervenne la tigre chiedendo la parola. "E' certo molto più importante dimostrare di essere il più forte nella lotta. Per me è una cosa da nulla mettere in ginocchio con una sola zampata anche il più grosso animale dalla pelle dura. Se quindi volete eleggere come vostro re l'animale più forte, allora scegliete me." "Alt, alt" intervenne il rinoceronte. "Io sono più forte di quel povero verme; la tigre è una spaccona, vuol solo vantarsi. Io ho già infilzato almeno un centinaio della sua specie con il mio corno. L'animale più forte sono io, miei cari amici. Eleggetemi a vostro re." Con grandi colpi d'ala si alzò allora da terra l'aquila e volò sopra le teste degli innumerevoli animali, fino a posarsi sul trono senza re. "Io non solo sono forte, ma so volare. Voglio perciò farvi una proposta. Incoroniamo nostro re l'animale che è capace di volare più alto nei cieli." Il regale comportamento dell'aquila piacque molto agli altri animali, che la acclamarono a gran voce e gridarono con entusiasmo: "L'aquila è quella che vola più in alto. Essa è il nostro nuovo re! Evviva il re! Viva il re!" Mentre la folla presentava i suoi omaggi al nuovo sovrano, il piccolo colibrì volò sul trono e disse al suo grosso fratello: "Tu hai appena detto che deve diventare re colui che sa volare più alto nei cieli." "Sì, queste sono state le mie parole". "Allora dimostraci che sei davvero quello che vola meglio e più alto di tutti gli altri uccelli. Solo dopo questa prova ti riconoscerò anch'io come nostro sovrano." "Amici miei, il colibrì crede di saper volare più alto di me. Se davvero dovesse dimostrare di esserne capace, allora sarà lui a diventare il nostro re." L'elefante e il coccodrillo, la tigre e il leopardo, la lepre e la tartaruga e molti altri animali scoppiarono in grandi risate di scherno e invitarono il colibrì a volare in cielo, in gara con l'aquila. . Quando la lepre diede il segnale di partenza, il colibrì, furbissimo; saltò sulla schiena dell'aquila, senza che questa se ne accorgesse, e con lei scomparve nell'aria. Gli animali ch'erano rimasti a terra e che riuscivano a vedere solo l'aquila in volo, mormoravano fra di loro: "Il colibrì deve volare ben più alto dell'aquila, altrimenti potremmo vederlo." Intanto l'aquila possente volteggiava sempre più alta nei cieli e volò dritta incontro al sole, E poiché non aveva né visto né udito nulla del suo piccolo e furbo avversario, credette di essere ormai sicura della vittoria. Ma poiché il sole si faceva sempre più vicino, d'improvviso sentì un tal caldo che dovette esclamare a tutta voce: "Se volo ancora più in alto, mi brucerò. Devo tornare a terra." Quelle parole furono un segnale per il colibrì che gli stava appollaiato sulla schiena. Fresco e leggero si levò nell'aria dal suo nascondiglio e pigolò al grande fratello che stava sotto di lui: "Credi ancora di essere quello che sa volare più in alto?" L'aquila non riusciva a credere alle sue orecchie; tentò di raggiungere il colibrì ma non ci riuscì, perché troppo stanca. Si lasciò finalmente cadere a terra con un furioso volo a precipizio. Poiché gli animali avevano seguito con grande attenzione il volo dei due uccelli, non era loro sfuggito che il piccolo colibrì aveva colto la vittoria. Perciò accolsero l'aquila con grandi risate di scherno per salutare invece con grande giubilo il piccolo colibrì. "Il colibrì è il nostro re, evviva il re, viva il re!"

SCENA XIII
IL PRINCIPE 

Così dissi al giovane servo: le avventure che hai ascoltato ti hanno svelato molto più di quanto io pure non stessi per dirti. Non importa che tu ora non abbia inteso. Spero che il tuo orecchio abbia lasciato entrare le parole, e la tua mente le abbia riposte con la stessa cura con cui si deve riporre un libro, un oggetto prezioso. Sarà la tua vita di ogni giorno, l'esperienza, a vestire le parole di significati, a permetterti di capirle. Se tu presterai attenzione, se non dimenticherai. Ogni parola è come un oracolo, ha i significati che siamo capaci di dargli. Due camminano sulla sabbia del Sahara, ma solo uno attraversa vittorioso il deserto, l'altro muore per il caldo e la sete. Questa è l'avventura, il percorso.